Convegno di studi

FONTI STORICHE DELLA VEN. MARIA LORENZA LONGO

Nola 3-4 gennaio 2007

 

Maria Lorenza Longo

e il monastero delle cappuccine di Napoli

nell'annalistica teatina tra cinque e seicento

 

                                       di Padre Vincenzo Criscuolo pfm capp.

 

              Tra le grandi realizzazioni e i numerosi meriti, conseguiti dalla venerabile Maria Lorenza Longo in ambito religioso, caritativo e assistenziale, rientra indubbiamente anche la riforma della vita francescana femminile con l’istituzione delle clarisse cappuccine e la conseguente fondazione a Napoli del primo monastero della nuova famiglia religiosa. Se la consistente produzione storiografica relativa alla Venerabile mette in particolare evidenza le vicissitudini legate alla fondazione e alla direzione dell’Ospedale degli Incurabili, ufficialmente noto come Ospedale di Santa Maria del Popolo e anch’esso ascritto a pieno titolo alla sua attività caritativa, non risulta trascurata la sua opera riformatrice religiosa, che portò appunto alla istituzione delle cappuccine e alla fondazione del monastero di Santa Maria in Gerusalemme, detto piú tardi delle Trentatré[1]. Per quest’ultima attività Maria Lorenza Longo fece tra l’altro anche ricorso all’aiuto spirituale e al consiglio di esponenti di due Ordini religiosi da poco fondati, rispettivamente i cappuccini e i teatini.

Il presente studio vuole portare alla luce e mettere storicamente in evidenza soprattutto la documentazione annalistica teatina, che sottolinea l’importante ruolo svolto da san Gaetano Thiene e quello complementare ricoperto dal beato Giovanni Marinoni per la maturazione delle scelte religiose della Longo, per la istituzione delle clarisse cappuccine e  per la fondazione del protomonastero di Santa Maria in Gerusalemme. Alla pubblicazione dei testi annalistici e dei frammenti documentari teatini attinenti a queste problematiche si ritiene opportuno premettere quattro osservazioni.

 

1. La prima osservazione riguarda la quasi contemporaneità cronologica dell’origine dei cappuccini e dei teatini e la loro primitiva attività assistenziale a favore degli incurabili. Come è noto l’Ordine dei cappuccini, o meglio la nuova riforma francescana cinquecentesca che sfociò nella nascita dei cappuccini, prese il via per opera di Matteo Serafini da Bascio nei mesi invernali (gennaio o febbraio) del 1525 e fu ufficialmente approvato da Clemente VII con la bolla Religionis zelus, promulgata a Viterbo il 3 luglio 1528[2]. L’origine dei teatini va fissata a pochi mesi prima, ed esattamente al 14 settembre 1524, quando i fondatori Gaetano Thiene, Gian Pietro Carafa, Bonifacio de’ Colli e Paolo Consiglieri consolidarono i loro propositi di vita riformata ed emisero la loro professione religiosa nella Basilica Vaticana[3].

Quando i primi cappuccini misero piede a Roma, nel secondo semestre del 1528, una delle principali occupazioni fu l’assistenza materiale e la cura spirituale nell’ospedale degli Incurabili, sito presso la chiesa di S. Giacomo in Augusta e allora posto sotto la direzione di Lorenzo Cybo, fratello della duchessa di Camerino Caterina Cybo, la quale era intervenuta direttamente presso lo zio Clemente VII per la concessione della bolla Religionis zelus[4]. La stessa cosa veniva attuata contemporaneamente a Venezia dai teatini, presenti nella città lagunare dal giugno 1527 e residenti presso la chiesa di San Nicola da Tolentino. La stessa fondazione dell’ospedale degli Incurabili in città, istituito nel 1522 nella fondamenta delle Zattere, viene normalmente ascritta a Gaetano Thiene[5], ancor prima quindi della fondazione dei teatini, e uno dei principali collaboratori era Giovanni Marinoni, allora prete secolare, ma che il 9 dicembre 1528 entrerà definitivamente a far parte della nuova famiglia religiosa nel convento teatino veneziano[6].

 

2. La seconda osservazione fa riferimento all’ospitalità concessa da Maria Lorenza Longo sia ai cappuccini, sia ai teatini, ambedue gli Ordini praticamente ospitati “a casa sua”[7]. La prima presenza dei cappuccini a Napoli rappresenta un problema storiografico. Esistono fondamentalmente due opinioni. La prima di esse ritiene che i cappuccini siano stati introdotti nella città partenopea dai riformati calabresi Bernardino Molizzi da Reggio Calabria e Antonio de Gatrimolis[8], e precisamente nel secondo semestre del 1529. Essi sostarono a Napoli allo scopo di ottenere il regio exequatur al contratto di aggregazione stipulato a Roma il 16 agosto 1529 con Ludovico Tenaglia da Fossombrone, e in tale occasione si ritiene sia stata loro concessa la “chiesa di Santo Eufebio [o Sant’Eframo] con quel poco di sito, quale poi i frati con l’appianare et spianare di monte lo hanno ridutto in prezzo d’estimatione”[9].

Altri ritiene che la presenza dei cappuccini a Napoli sia dovuta all’allora vicario generale dell’Ordine Ludovico Tenaglia da Fossombrone, il quale, perseguendo una forte espansione della nuova riforma, nel corso del 1530 inviò alcuni frati a stabilirsi presso la chiesa napoletana di Sant’Eframo, donata ai cappuccini dalla famiglia Carafa[10]. Quest’ultima asserzione è avvalorata da un importante documento recentemente rinvenuto: si tratta del testamento della duchessa di Manoppello Anna Orsini, rogato a Camerino dal notaio Venanzo d’Angelo Matteucci il 24 settembre 1534, con il quale la duchessa lascia tra l’altro ai cappuccini tramite lo stesso notaio la cospicua somma di mille scudi “pro uno monasterio construendo et fabricando in dictam civitatem Neapoli”[11].

La data dell’arrivo dei cappuccini a Napoli nel 1530, il testamento della duchessa di Manoppello del 1534 e il cospicuo assegnamento pecuniario per iniziare la costruzione del nuovo convento presso la chiesa di Sant’Eframo confermano l’opinione, piú volte espressa e sostenuta, che i primi cappuccini napoletani dal 1530 fino al marzo 1534 siano stati ospitati da Maria Lorenza Longo presso l’ospedale degli Incurabili, in una casetta acquistata tempo prima dalla duchessa di Termoli Maria Ajerbo[12], e che l’attività principale alla quale subito si dedicarono, secondo quanto era stato loro commesso dallo stesso vicario generale Ludovico da Fossombrone, sia stata la cura materiale e l’assistenza spirituale dei ricoverati presso il nosocomio di Santa Maria del Popolo[13].

La casa, lasciata libera dai cappuccini, fu occupata il 31 luglio del 1534 dai teatini. Questi erano giunti a Napoli tre anni dopo i cappuccini, in seguito a pressanti richieste rivolte al napoletano Gian Pietro Carafa sia da persone private sia dalle stesse autorità cittadine. I primi teatini a mettere piede nella città partenopea furono Gaetano Thiene e Giovanni Marinoni. Erano partiti da Venezia il 2 agosto 1533, muniti di di alcune lettere commendatizie scritte dal Carafa, alcune delle quali indirizzate al vescovo di Verona Gian Matteo Giberti, altre alla sorella del vescovo teatino Maria Carafa, superiora del monastero riformato napoletano della Sapienza, e piú tardi anche a Maria Lorenza Longo e alla duchessa di Termoli presso l’Ospedale degli Incurabili[14]. Dopo un breve sosta a Roma, toccata nel pieno della calura estiva, negli ultimi giorni di agosto o nei primi di settembre del 1533 i due teatini raggiungevano il nuovo campo della loro attività apostolica.

Il primo insediamento abitato dal Thiene e dal Marinoni a Napoli fu una piccola residenza approntata da Benedetto Tizzone, un fervido chierico di Fondi allora residente in città, e da Giuseppe Antonio Caracciolo, conte di Oppido e influente personaggio della Corte napoletana, sita “fuori di Napoli vicino alla chiesa di S. Gennaro un luoghetto in forma di monasterio, con una chiesetta”[15], poi detta di Santa Maria della Misericordia. In questo luogo, che gli eletti napoletani nella loro lettera al Carafa definivano “commodo, alle mura vicino, spatioso, di bellissima aere, dalla turba sequestrato”[16] i teatini dimorarono dai primi di settembre 1533 al 24 marzo 1534, conducendo una vita di silenzio, di ritiro e di preghiera. Intanto la piccola fraternità era destinata presto ad arricchirsi di nuovi esponenti dell’Ordine teatino. Il 12 ottobre 1533 fu deciso infatti a Venezia dal Carafa di inviare a Napoli, presso il Thiene e il Marinoni, ancora sei confratelli[17], ai quali il 23 marzo successivo se ne aggiunse un settimo, certo Filippo Spagnolo, arrivato a Napoli sedici giorni prima[18]. Di essi il 15 febbraio 1534 emise la sua professione religiosa, nelle mani di san Gaetano, il veronese Pietro Foscarini, che dal 1536 al 1539 fu anche preposito dei teatini napoletani[19].

Il napoletano e vescovo di Chieti non poteva non essere pienamente soddisfatto per la nuova fondazione partenopea del suo Ordine. In una lettera al Thiene, del 18 gennaio 1534, egli apprezzava la semplicità della chiesa di Santa Maria della Misericordia, e il fervore e la pace della casa religiosa: “Nessuna superstizione nella chiesa, né servitú di secolari: il godimento di una placida quiete ovattata di solitudine, lungi dai rumori del mondo; vita di silenzio, solo interrotto da rare visite di pii amici e non d’intervistatori curiosi o di complimentose ma ipocrite donnette. Vi assicuriamo che tutto questo ci piace assai e voglia il Signore Gesú che cosí viviate e cosí a sé egli v’unisca in modo che il mondo non s’accorga della nostra presenza. Anche l’edificio, ve lo diciamo, ci piace: una celletta per ciascuno, nella quale potersi rifugiare quasi in un porto ed ivi tutto accettare come se la terra per noi fosse un esilio, specialmente in questa città di Napoli”[20].

Il 24 marzo 1534 i teatini ritennero opportuno lasciare la casa di Santa Maria della Misericordia fuori porta San Gennaro e occupare la casa lasciata intanto libera dai cappuccini presso l’Ospedale degli Incurabili, nel quale è da supporre già esercitassero il loro apostolato, sia a favore dei malati, sia nei riguardi delle donne già riunite intorno a Maria Lorenza Longo, della quale Gaetano Thiene divenne direttore spirituale. Sui motivi del trasferimento esistono opinioni divergenti. Il Chiminelli, ricalcando la relazione di Don Giovanni Antonio Prato, ritiene che il motivo della traslazione sia da ricercarsi nel desiderio del conte di Oppido Giuseppe Antonio Caracciolo di garantire stabilmente ai Teatini alcune buone fonti di sussistenza, quasi costringendoli, contro il voto di povertà da essi professato, ad accettare fonti sicure di rendita[21]. Gli annali ufficiali invece sostengono che la partenza da Santa Maria della Misercordia fu determinata dall’eccessiva solitudine in cui era situata la chiesa, tanto che ad essa, a causa della grande distanza dal centro urbano, non accedevano normalmente né uomini né donne[22].

La residenza dei teatini nella casetta lasciata libera dai cappuccini e situata “iuxta ecclesiam Sanctae Mariae de Populo, quae nuncupabatur hospitale Incurabilium”[23], concessa con grande libera­lità “da una signora ch’era governatrice di quel luogo, nominata Madama Lunga, la quale era figlio­la spirituale del padre don Gaetano”[24], come si esprime don Giovanni Antonio Prato, non doveva protrarsi a lungo. Il 31 luglio 1534 infatti i teatini si trasferirono in un nuovo edificio, esplicitamente acquistato per essi dalla stessa Maria Lorenza Longo: si trattava di una grande casa, provvista anche di una stalla per i cavalli, da cui fu ricavata per i chierici regolari e per i fedeli una piccola chiesa, che prese subito il nome di Santa Maria della Stalletta. Qui i teatini rimasero per circa quattro anni, fino al 18 maggio 1538. I lavori di riadattamento dei locali, almeno quelli riguardanti la chiesa, durarono tre mesi, tanto che il sacro edificio fu pronto per le celebrazioni liturgiche solo il 1° novembre dello stesso anno[25].

Dell’acquisto dell’intero stabile possediamo il rogito notarile, che fu stipulato a Napoli il 20 luglio 1535 dal notaio Giovanni Domenico Lega, mentre l’acquisto fu effettuato dal cittadino genovese Pietro Maruffo; il prezzo fu fissato in mille e ottocento ducati, tutti versati da Maria Lorenza Longo, la quale cedeva l’intero immobile ai teatini, a condizione che qualora i chierici regolari avessero lasciato per qualsiasi motivo il sacro edificio, esso sarebbe stato consegnato alle monache cappuccine allora raccolte intorno alla Venerabile e residenti presso l’ospedale[26]. Secondo le clausole notarili, quando il 18 maggio 1538 i teatini si portarono nella loro residenza definitiva di San Paolo Maggiore, gli edifici di Santa Maria della Stalletta costituirono il nuovo monastero delle cappuccine, intitolato a Santa Maria di Gerusalemme.

 

3. Le fonti disponibili ci informano del grande impegno apostolico e del grande zelo manifestato da Gaetano Thiene e Giovanni Marinoni, sia nella chiesa di Santa Maria del Popolo, sia soprattutto in Santa Maria della Stalletta, ove essi si mostrarono preziosi operai del Vangelo e veri pastori di anime. Una fonte ad essi contemporanea ne sintetizza cosí l’azione pastorale esplicata negli anni dal 1534 al 1538: “Vennero molte persone a frequentare la loro chiesa, non solo mentre stettero et officiorno la chiesa de l’Incurabili, ma anco quando andorno in quest’altra detta Santa Maria de la Stalletta; ma quelle persone che piú frequentavano erano le sudette Maria Lorenza Longa e Maria d’Ajerbo duchessa di Termoli, le quali erano specchio di santità a tutta la città, essendo ben guidate dal beato padre don Caetano e beato padre don Giovanne loro confessori, tenuti da tutti comunemente per santi, per la loro bona guida che facevano a’ confitenti, e queste due attesero tanto nella vita spirituale, camminando a gran passi alla perfectione, giovando con l’opre e con l’esempi a prossimi, non solo con le proprie facultà et limosine, ma anco con lo servitio de le loro persone, che al servitio di Dio e beneficio di prossimi l’una e l’altra se applicorno”[27].

Come si vede dal brano sopra riportato, insieme al servizio presso l’ospedale a favore dei ricoverati, i teatini, e soprattutto Gaetano Thiene e Giovanni Marinoni divennero direttori spirituali sia di Maria Lorenza Longo, sia di Maria d’Ajerbo, tanto che le loro rispettive fondazioni, il monastero di Santa Maria in Gerusalemme e quello delle Convertite, furono nell’annalistica teatina attribuiti ad essi. Cosí infatti intitolava un capitolo dei suoi annali il teatino don Valerio Pagano nei primi anni del Seicento: “Come il beato padre don Caetano e lo beato padre don Giovanne instituirno il monisterio delle monache dette di Santa Maria in Gerusalem capucine della stretta osservanza di Santa Chiara con il mezzo di Maria Longa, et il monistero de le convertite con il mezzo di Maria d’Aierbo duchessa di Termoli”[28]. E dopo di lui Giovanni Pietro Bergantini affermava: “La idea delle cappuccine in Napoli, che serví come di modello ed esempio alla Italia e fuori, fu opera santa e impresa di san Gaetano, e la fondatrice n’è stata la prementovata Maria Lorenza Longo, dama piissima, diretta da esso san Gaetano nello spirito, siccome pure da esso dirette furono le novellamente instituite cappuccine”[29]. Come emerge da queste affermazioni e come si trova piú volte ribadito nei documenti riportati alla fine di questo contributo, nell’annalistica teatina l’idea e il merito di aver dato vita alla nuova famiglia religiosa delle cappuccine, piú che a Maria Lorenza Longo, viene attribuito a Gaetano Thiene e ai teatini.

 Questo è anche il contenuto della terza osservazione, vertente sul ruolo fondamentale attribuito all’attività dei teatini – nell’annalistica del loro Ordine – che deve ritenersi fondamentale per la fondazione sia delle cappuccine, sia del nuovo monastero di Santa Maria in Gerusalemme. Da parte loro i cronisti cappuccini, e in modo particolare Mattia Bellintani da Salò, notano con soddisfazione che se la nuova riforma francescana femminile prese il nome di cappuccine, questo fu dovuto al fatto che esse, e soprattutto la loro istitutrice, orientarono la loro vita di preghiera, di penitenza e di austerità secondo il modello dei cappuccini o, come si esprime espressamente il Bellintani, “per la conformità che hanno coi capuccini”[30].

Riguardo alla vita povera e austera in auge nel nuovo monastero e alla dimensione contemplativa e penitenziale delle clarisse cappuccine si esprimono in modo convergente sia l’annalistica cappuccina, sia quella teatina. L’annalista teatino Giuseppe Silos ad esempio descrive la vita delle prime cappuccine: “Lontane da qualunque pratica e ricordanza terrena, essendo dell’attioni loro testimonio il cielo, vivono una vita piú angelica che humana, per modo che quantunque si veggano in Napoli molti exemplarissimi e osservantissimi monasteri, niuno va che possa aguagliare la povertà, il rigore, la santità delle cappuccine. Gravano anzi che vestono d’una grossa e rozza lana il corpo, sbandeggiato affatto l’uso de’ panni lini, e avvolte in queste medesime tuniche dormono i lor sonni in un letto egualmente morbido, cioè in una tavola stesavi su per delicatezza, e per delitia una vile coperta; e questi sonni cosí agiati sono altresí rotti innanzi tempo dal matutino, che cantano a mezza notte. Vanno scalze e servonsi de’ sandali a foggia de’ cappuccini. Hanno perpetui digiuni, fuori solamente le domeniche; usano di mangiare uova e latticini, non mai carne se l’infermità non le costringa. Bevono acqua, il vino si concede solamente all’inferme. Due volte la settimana si cibano del pane degli angeli, tre volte si fanno la disciplina. Non s’accosta loro né medico, né chirurgo, se non quando il male è pericoloso. Quando il bisogno lo ricerchi, cacciano fuori d’un fenestrino il braccio, e sí si tocca loro il polso o si cava sangue. Rade volte parlano co’ secolari, e sempre col volto coperto. E queste sono le comune leggi e osservanze del monastero. La privata virtú poi, e le maniere di rigore e di penitenza, ch’alcune di loro usano, rendono quel luogo veramente ammirabile. E quel che grandemente accresce la maraviglia è che l’asprezza dell’istituto, che dovrebbe sgomentare le giovani nobili e delicate, sí fattamente le alletti, che spontaneamente procacciano e a gara d’esservi ammesse. Impercioché essendo in quel monastero determinato il numero delle monache, come vaca il luogo, moltissime donzelle per lo piú di nobili famiglie s’affaticono con santa ambitione di succedere in questa rigorosa disciplina”[31].

Quasi negli stessi termini si esprime il cappuccino Mattia da Salò: “Osservano senza privilegi la regola di S. Chiara, come dal P. S. Francesco e da lei è stata fatta. Non hanno cosa alcuna di proprio et vivono delle loro fatiche e di limosine come i Frati. Vanno scalze; vestono di panni grossi et vili et attendono col servigio del choro alla santa oratione. È ben vero che non è loro come a Frati vietato l’uso della pecunia né è cosí stretto il numero di panni per haverne la donna bisogno piú che l’huomo. Ma dall’altra parte non possono le sane dormire sopra i sacconi, ancorché di paglia, et hanno da digiunare tutto l’anno, non mangiando mai carne”[32].

Da parte sua Maria Lorenza Longo non aveva una speciale preferenza né per i teatini, né per i cappuccini, e apprezzava allo stesso modo ambedue gli Ordini, entrambi saldamente situati nel solco della riforma cattolica pre-tridentina; fu solo per la impossibilità dei teatini – dopo il loro trasferimento presso la chiesa di San Paolo Maggiore nel maggio 1538 – a proseguire la direzione spirituale delle monache che la Longo decise di ricorrere ai massimi vertici della gerarchia ecclesiastica per conseguire l’affidamento ai cappuccini della direzione e della cura spirituale del monastero[33].

 

4. E finalmente un’ultima osservazione, prima di riportare i brani documentari piú importanti tratti dall’annalistica teatina su Maria Lorenza Longo e sul monastero delle cappuccine. Questa osservazione ha come oggetto specifico la documentazione che si riferisce direttamente sia alla fondatrice, sia agli inizi della riforma francescana femminile che da lei ha avuto origine presso l’ospedale napoletano degli Incurabili. Tale documentazione, recentemente raccolta in un’opera dedicata ai documenti o alle fonti cappuccine del primo secolo dell’Ordine[34], è stata quantitativamente ampliata e criticamente esaminata e vagliata da Giuliana Boccadamo[35]. E si è trattato di un’operazione necessaria, a causa di varie imprecisioni in cui è incorso il curatore de I frati cappuccini, il quale in qualche caso, invece di formulare comprensibili riserve su eventi o datazioni palesemente errate, ha preferito spiegare ogni cosa ricorrendo a rocambolesche e acritiche giustificazioni, cosa purtroppo non rara in tutto il corso dell’opera.

Si può riportare qui solo un caso, attinente alla “presunta” contemporaneità di due documenti pontifici praticamente di contenuto contrastante: si tratta rispettivamente del breve pontificio Cum monasterium, con cui il papa Paolo III affidava ai soli cappuccini la cura e la direzione spirituale del monastero di Santa Maria in Gerusalemme[36], e del vivae vocis oraculo dello stesso papa, con il quale si autorizzava Maria Lorenza Longo ad assumere per il suo monastero un confessore e un direttore spirituale, sciegliendolo liberamente dal clero secolare o regolare. Ambedue i documenti sarebbero stati emessi nella stessa data, il 10 dicembre 1538. Per quanto riguarda il breve pontificio, va subito detto che di esso non esiste l’originale, come invece sostiene il curatore de I frati cappuccini, e che con tutta probabilità il testo pubblicato non è stato preso dall’Archivio napoletano delle Cappuccine[37], ove certamente non esiste, bensí dal terzo volume del Bullarium capuccinum, ove si afferma che l’esemplare originale si trova nell’Archivio Generale dei Cappuccini[38]. In realtà anche questa indicazione è errata, poiché in realtà del breve non esiste traccia nell’Archivio Generale: con tutta probabilità il testo è stato ripreso dal Boverio, il quale non dà alcuna indicazione della sua fonte[39]. E risale anche al Boverio l’inesatta indicazione dell’anno di pontificato di Paolo III, che secondo lui e secondo tutti gli altri dopo di lui viene segnalato come “pontificatus nostri anno quarto”, mentre è chiaro che, essendo la data di elezione di papa Farnese il 13 ottobre 1534, il 10 dicembre 1538 rientra nell’anno “quinto” del suo pontificato[40].

Piú contorta è invece la presentazione del vivae vocis oraculo di Paolo III, confermato e reso diplomaticamente efficace dal cardinale teatino Gian Pietro Carafa: anch’esso è datato 10 dicembre 1538, e sarebbe quindi stato emesso nello stesso giorno del breve Cum monasterium. Come già detto, il testo dei due documenti pontifici è in evidente contraddizione. Uno storico serio quindi, prima di accettare il contenuto testuale dei due documenti, avrebbe dovuto ragionare, formulare ipotesi e certamento porsi il problema della datazione, data la mancanza di originali per entrambi i documenti. Invece, a partire dal teatino Giuseppe Silos nella prima metà del Seicento[41], fino ai nostri giorni[42], si è sempre acriticamente ripetuta la stessa data per i due documenti. Per i quali il curatore de I frati cappuccini, che attinge il testo del vivae vocis oraculo dall’annalista teatino, propone anche una acritica e astorica giustificazione, arrampicandosi sugli specchi e tentando una improbabile e a comune sentire incomprensibile concordantia oppositorum[43].

Chi ha tentato per prima un approccio critico alla datazione dei due documenti è stata ancora una volta Giuliana Boccadamo, suggerendo la soluzione che poi si dimostra la piú sensata e storicamente compatibile con i fatti, costituiti dall’imminente passaggio dei teatini da Santa Maria della Stalletta a San Paolo Maggiore e dalla necessità per la Longo di assicurarsi confessori e direttori spirituali fidati, scelti tra le fila di Ordini riformati[44]. Cosí ella si esprime: “La concomitanza di due documenti in contrasto – con uno si affidano le monache ai cappuccini, con l’altro le si lascia libere di scegliersi il confessore – ha creato non pochi problemi. Lasciano un po’ perplessi i tentativi di comporre la questione a tutti i costi […]. La cosa si può spiegare e il contrasto si appiana se si accetta un’altra datazione, 10 gennaio 1538 – che corrisponde anche all’anno IV di Paolo III –, per la lettera del Carafa”[45]. A sostegno della sua tesi la Boccadamo riporta la Breve relatione dell’annalista teatino Valerio Pagano, che parla del 10 gennaio 1538 e dell’anno quarto di Paolo III[46], e la pubblicazione settecentesca di Vincenzo Magnati, che riporta il testo del vivae vocis oraculo con la data del 10 gennaio 1538[47].

Una conferma documentaria di quest’ultima datazione si incontra nell’Archivio di Stato di Napoli. In uno dei piú importanti codici asportati in seguito alle leggi eversive del 1866 dal convento teatino di San Paolo Maggiore, insieme a molti documenti relativi alla presenza teatina in Napoli e alla costituzione dell’insula intorno alla chiesa e alla nuova residenza dei chierici regolari, viene riportato anche un apografo del testo del vivae vocis oraculo di Paolo III. La datazione è chiara e viene cosí notata: “Datum Rome, in Palatio Apostolico, in domo nostre residentie, sub anno a Nativitate Domini millesimo quingentesimo trigesimo octavo, die vero decima mensis ianuarii, pontificatus eiusdem sanctissimi domini nostri domini Pauli divina providentia pape tertii anno quarto”[48]. All’apografo segue l’autentica notarile di Nicodemo De Santis, che cosí attesta: “Fidem facio ego notarius Nicodemus de Santis in curia notarii Horatii de Monte de Neapoli presentem copiam fuisse extractam a suo originali in pergameno cum sigillo pendenti cerae rubeae ac cassula franca et cordula rubea cannaba, mihi exibito et exibenti restituto cui me refero. Ideo in fidem me subscripsi et signavi [signum notarile]”[49]. L’originale in pergamena purtroppo non esiste piú, o almeno non è stato finora rinvenuto, ma la chiara attestazione del notaio De Santis dovrebbe essere garanzia di verità ed essere quindi in grado di fugare ogni dubbio sull’esatta datazione del vivae vocis oraculo.

Per terminare queste brevi osservazioni introduttive, ancora una piccola curiosità documentaria. Essa fa riferimento alla conferma pontificia del breve Cum alias, emesso da Paolo III il 20 luglio 1536, con il quale si confermava il numero di trentatré monache per il nuovo monastero (da qui il nome giunto fino ai nostri giorni di “monastero delle Trentatré”), rispetto alle dodici precedenti, e si concedeva a Maria Lorenza Longo la facoltà di scegliere e nominare tra le prime cappuccine l’abbadessa destinata alla sua successione[50]. Normalmente, prima di essere consegnato agli abbreviatores per la stesura definitiva e quindi spedito, il testo veniva sottoposto all’approvazione del papa, il quale apponeva di sua mano il fiat sulla minuta del breve. La mattina del 20 luglio il cardinal prefetto della Segreteria dei Brevi Girolamo Ghinucci[51] per difficoltà di salute non potette recarsi da Paolo III per ottenere il chirografo pontificio; in calce alla minuta vergò egli stesso un’annotazione autografa in cui affermava: “Ob podagram non potui ire ad sanctissimum dominum nostrum”, ma ritenne ugualmente possibile procedere alla spedizione del breve, nella convinzione che “concessio iam facta posse confirmari”[52].

 

Dopo queste osservazioni preliminari, vengono di seguito riportati sei pezzi documentari, tutti di derivazione teatina e tutti attinenti alla fondatrice delle cappuccine Maria Lorenza Longo e al primo monastero napoletano di Santa Maria in Gerusalemme. I primi tre pezzi hanno carattere e contenuto documentario. Il primo di essi viene riportato in un dettagliato Diarium Congregationis Clericorum Regularium quo ad exordium tantum [53], che illustra tra l’altro la presenza dei teatini a Napoli, prima in Santa Maria della Misericordia, poi in Santa Maria della Stalletta, luogo che poi costituí il primo nucleo del monastero delle Trentatré. Il secondo pezzo costituisce il regesto del diploma rogato il 20 luglio 1535, con il quale si procedeva all’acquisto per i teatini, ma con danaro procurato da Maria Lorenza Longo, di Santa Maria della Stalletta e dell’eventuale passaggio dello stabile alle cappuccine, in caso di abbandono da parte dei teatini. Il terzo brano documentario viene estratto dai primitivi annali dei teatini napoletani, con chiari accenni all’attività assistenziale di Maria Lorenza Longo e alla fondazione del monastero delle cappuccine.

I tre pezzi seguenti sono invece di carattere annalistico-narrativo e fanno capo ai tre grandi annalisti teatini, rispettivamente Valerio Pagano, Giovanni Battista Del Tufo e Giuseppe Silos. Prima di riportare dalle loro opere i brani che interessano l’argomento del presente studio, è bene dare qualche brevissima notizia biografica di ognuno di essi.

Valerio Pagano, figlio di Scipione Pagano, nacque a Napoli nel 1550; entrò ventenne nel convento di San Paolo Maggiore, ove emise la professione l’11 novembre 1571 e fu ordinato sacerdote il 21 dicembre 1577[54]. Portato alla ricerca storica, fu presto incaricato dai suoi superiori di raccogliere le memorie dell’Ordine teatino e di sistemare l’archivio del convento napoletano di San Paolo. La sua paziente opera di ricerca portò alla composizione di numerosi scritti, rimasti purtroppo inediti e tuttora conservati in massima parte tra i codici della Biblioteca Nazionale di Napoli e dell’Archivio dei Teatini di San Paolo Maggiore. Si devono tra l’altro alla sua mano, oltre il sopra riportato Diarium Congregationis Clericorum Regularium quo ad exordium tantum[55]; la Breve relatione del principio e progressi de la religione de chierici regolari e delle attioni d’alcuni di essi padri[56], da cui sarà riportato il brano relativo a Maria Lorenza Longo e alle prime cappuccine napoletano, e le Professiones originales clericorum regularium domus Sancti Pauli Neapolis[57]. A quest’ultima opera è preposta una lettera autografa dello stesso Pagano, datata 12 novembre 1610 e rivolta al preposito di San Paolo don Marcello Surgente, in cui tra l’altro l’autore cosí scrive: “Ho rigistrato in questo libro, conforme l’ordine che la paternità vostra mi ha dato, tutte le carte originali delle professioni fatte da padri e fratelli in quella nostra casa di San Paolo, le quali incominciano dall’anno 1550 et sono per tutto il presente anno 1610 […]. Ho notato anco in piede delle carte delle dette professioni li nomi e cognomi di ciascuno che, per esserno senza li cognomi, non si potevano discernere. Et ancor ho notato la giornata della morte di quelli sono morti, et il luogo. Et nel fine ci ho fatto la tavola con l’alfabeto per ritrovare con facilità chi si veste. Et attenderò con ogni diligenza al restante delle fatiche per agiustare tutto l’archivio di questa nostra casa di San Paolo conforme al desiderio della paternità vostra”. Valerio Pagano visse quasi sempre a Napoli, nel convento di San Paolo Maggiore, ove si spense ultraottantenne il 26 marzo 1631[58].

Il secondo grande annalista è Giovanni Battista Del Tufo. Nato ad Aversa, nei pressi di Napoli, entrò tra i teatini di San Paolo Maggiore e vi emise la professione religiosa l’8 dicembre 1566. Il 17 agosto 1587 fu nominato vescovo di Acerra, sede da egli retta fino al 23 giugno 1603, quando decise di ritornare a Napoli per condurre vita di preghiera e di studio tra i suoi confratelli. Piú fortunato di Vario Pagano, riuscí a dare alle stampe il frutto delle sue ricerche, che furono pubblicate in un volume in folio a Roma nel 1609[59]: da esso sarà estratto il brano qui presentato. Si spense nel convento di San Paolo Maggiore il 13 giugno 1623[60].

L’ultimo grande annalista è Giuseppe Silos. Originario di Bitonto in Puglia, entrò tra i teatini a Genova, ove emise la professione religiosa il 12 marzo 1617. Dedicò la sua vita allo studio e alla ricerca storica: oltre a numerosi manoscritti, da uno dei quali viene estratto il brano riportato di seguito, riuscí a dare alle stampe tra il 1650 e il 1666 una monumentale opera storica in tre grossi volumi: si tratta della piú volte citata nel presente studio Historiarum Clericorum Regulariun a Congregatione condita, il cui primo volume fu pubblicato a Roma nel 1650, il secondo ancora a Roma nel 1655 e il terzo a Palermo nel 1666. Nel suo Ordine viene ricordato come “maraviglioso per la varia eruditione e scienza nelle sacre lettere, bontà della vita, zelo della regolar osservanza e prudenza de’ suoi governi, eccellente scrittore delle nostre istorie e celebratissimo per i varii libri da lui composti”[61]. Si spense a Venezia, nel convento teatino di San Nicola da Tolentino, il 14 marzo 1674[62].

 

 

 

 

 

1

 

Diarium Congregationis Clericorum Regularium quo ad exordium tantum (Napoli, Biblioteca Nazionale, fondo San Martino, cod. 483, f. 4v-5r).

 

[f. 4v] Die 12 octobris 1533. Missi fuerunt Neapolim a Congregatione sex fratres ad habitandum, videlicet d. Marcus, d. Petrus, d. Michael, d. Laurentius, Hieronymus et Andreas, omnes suprascripti quo missi fuerant anno praecedente D. Gaietanus electus in praepositum Neapoli praedictorum fratrum et d. Ioannes socius supradicti, et ingressu sunt domum Sanctae Mariae dictae della Misericordia, ubi erant praedicti d. Gaietanus et d. Ioannes.

[f. 5r] Die 24 martii 1534. Clerici praedicti Neapoli commorantes discesserunt a loco praedicto Sanctae Mariae della Misericordia, qui est extra Portam Sancti Ianuarii, et ingressi civitatem habitaverunt in quadam domo iuxta Hospitale Incurabilium per aliquot menses, ubi nunc fabricatum est monasterium mulierum, quae dicuntur le Convertite.

Die 31 iulii 1534. Praedicti clerici reliquerunt praedictam domum et ingressi sunt aliam domum prope praedictam, ubi manserunt per quatuor ferme annos, ibique fabricato parvo oratorio coeperunt divina celebrare prima die novembris 1534, ubi nunc fabricatum est monasterium monialium de Ordine Sanctae Clariae de observantia, una cum ecclesia Sanctae Mariae dictae de Hierusalem[63].

 

 

 

 

2

 

 

Notamento et summario di scritture authentiche appartinenti alla Casa di San Paolo Magiore di Napoli, le quali sono in questo libro, intitulato: Liber Scripturarum autenticarum (Napoli, Archivio di Stato, Corporazioni religiose soppresse, vol. 1135, f. 1v-2r)

 

Li nostri primi padri, mentre volevano comprare qualche stabile o sito per l’edificatione delli nostri luoghi, erano soliti farli comprare dalli nostri amorevoli e devoti, ancorché essi pagassero il denaro che da altre persone per elemosina gli veniva dato, e cosí ferno la prima volta quando in Roma comprorno un lochetto del Monte Pincio, che lo ferno comprare dal vescovo di Verona, e cosí costumorno in Venetia, com’anco in Napoli, ove la prima volta che comprorno stabile, fu il luogho nel quale hoggi è il monistero delle osservantissime moniche di Hierusalem, che furono certe che in questo luogho che si chiamava la piazza delle Corniole, et erano possedute da Cola della Ratta.

E furono comprate queste case da Pietro Maruffo genovese per prezzo di docati mille et ottocento, et il detto Pietro doppo fa dichiaratione haver comprate le dette case con danari che la signora Longa gli havea pagato, alla quale erano stati dati per elemosina acciò se ne comprassero queste case, e ne fa atto publico per mano di notar Ciro Domenico di Lega sotto la data alli 20 di luglio del anno 1535, et le cede al padre don Gaetano et al padre don Giovanni sotto conditione che vi habbino a fare un luogho per la nostra religione, et occorrendo che si volessero partire da questo luogho o per che n’havessero altro meglio, o per altro rispetto che la detta compra sia fatta in beneficio del nuovo monistero della moniche dette di Santa Maria in Hierusalem.

Pagavano queste case dui censi, l’uno al monistero di Santa Patricia d’annui docati undeci, e l’altro al monistero delle Vergeni fuor la porta di San Gennaro annui carlini trenta due, et in quell’anno che le case furono possedute dalli padri, furono pagati li detti censi et vi sono le polise delle ricevute dalli sudetti monasteri.

 

 

3

 

Annales Neapolis (Napoli, Biblioteca Nazionale, fondo San Martino, cod. 612, f. 1r-2v)[64].

 

Anno a Christo nato MDXXXIII. Reverendi patres Clerici Regulares solum tunc Venetiis habitantes, evocati, rogati fuerunt a civitate Neapolitana […]. Quare de dum hortatu, sed etiam iussu eiusdem Summi Pontificis, apud eam civitatem habitare coeperunt […] ibique primum [1v] praepositi munere reverendus pater donnus Caietanus fungi coepit in ecclesia Sanctae Mariae de Misericordia extra portam Divi Iannuarii [sic] ac prope moenia civitatis, in cuius ecclesiae ac eius domus reparatione et rerum quibus in divino cultu opus erat, largitione Ioannes Antonius Caracciolus, Oppidi comes, virtutis ac religionis studiosissimus et in pauperibus liberalissimus, statim supra mille aureos ex proprio aere expendit; neque id tantum beneficii in patres contulit, sed quoad vixit semper in dies magis ac magis suam erga patres benignitatem, charitatem et amorem, ne dum verbis, sed etiam reipsa ostendit, ita ut in hanc usque diem suorum in patres beneficiorum in Divi Pauli aliqua monumenta appareant.

Anno MDXXXIV […] Hoc eodem anno patres aegre ferentes habitare in ecclesia Sanctae Mariae de Misericordia extra Urbis portam sita, quae tunc non ut hodie circumdata domibus ac pala[2r]tiis, sed in solitudine posita esse videbatur, et ad eam difficilis erat accessus ne dum mulierum sed etiam virorum, adeoque ex dicta ecclesia in domum ipsis oblatam a quadam sanctissima muliere (quae Madamma Longa dicebatur) domicilium transtulerunt; erat autem dicta domus iuxta ecclesiam Sanctae Mariae de Populo, quae nuncupabatur hospitale Incurabilium. Quare patres sacram aediculam in ea domus parte, ubi stabulum equorum erat, aedificaverunt, et profanum atque vilissimum locum illum in sanctum opus foelicius transferentes Deo dedicarunt atque ornarunt. Ex eo evenit ut iam dicta sacra patrum aedicula, vulgo la Stalletta apud nonnullos appellaretur.

Post patrum autem inde a Divi Pauli discessum statim fere in eodem loco constructum fuit monasterium sanctimonialium, quae cappuccinae vocantur. Monasterium vero Sanctae Mariae in Hierusalem dicitur, quod quidem monasterium dicta mulier Madamma Longa aedificavit in eoque se Deo dicavit ac professionem solemniter emisit, cum ad haec omnia non mediocriter impulsa fuerit hortatu reverendi patris donni Caietani, [2v] qui eius confessiones audiebat, eamque ad spiritualem evehebat profectum evangelicamque perfectionem, cui etiam ipsa pro viribus studebat.

Quare monasterium praedictum, ductu atque exemplo praefatae piissimae mulieris, adeo pie ac sancte institutum fuit, ut nostro adhuc tempore non modo aedificiis soli amplitudine auctum sit, sed etiam numero sanctimonialium, quae hucusque duriorem ac asperiorem omnibus monialibus quae sunt in Europa ac plane angelicam vitam in terris ducentes, sub regimine fratrum Sancti Francisci de observantia capucinorum nuncupatorum, inter caeteras moniales ut planetae inter minores stellas micant.

 

 

4

 

[Valerio Pagano], Breve relatione del principio e progressi de la religione de chierici regolari e delle attioni d’alcuni di essi padri notate da don Valerio Pagano dell’istessa religione (Napoli, Biblioteca Nazionale, fondo San Martino, cod. 564, f. 23v-32v).

 

[f. 23v] Occorsero nove difficultà alli padri per mandare in Napoli, e di novo ne donano aviso a monsignor Giberto, il quale referito il tutto al papa, di novo l’ordina che in ogni modo vadino quanto prima, e cosí conclusero de mandarci il beato padre don Gaetano con un compagno, chi piú a esso havesse piaciuto, Ma l’obbediente padre disse: “Non piacci a Dio ch’io habi a eligere nulla persona a mia satisfactione; lo prego si ben a farmi dar compagno contrario al proprio gusto”. Onde li padri deliberorno darli il beato padre don Giovanne Marinonio venetiano, huomo di gran spirito et edificatione, il quale fu doppiamente caro al beato Gaetano perché non harebbe esso stesso desiderar meglio, e senza ponerci niente de la voluntà sua, volendo in tutto dependere da la santa obedientia. Si partirno questi due patri a far la loro obediantia a 2 d’agosto di questo anno 1533, non pensando punto alli caldi [f. 24r] estivi di quel tempo; e gionti in Roma, andorno a basciar li piedi al papa, il quale restò meravigliato e edificato de la pronta obedienza, per il che si erano esposti a gravi pericoli de infirmità a partir in quel tempo, li ricevé caro e con molta humanità da essi volse intendere li buoni progressi de la religione. Furono similmente molto accarezzati dal vescovo Giberto, il quale grandemente amava li padri.

Partirno di Roma la volta di Napoli, ove furono carissimamente riceuti, et habitorno nel luogo per essi dal conte d’Oppido apparechiato nella chiesa di Santa Maria de la Misericordia, da dove essi padri diedero la relatione alli padri di Venetia, como il luogo era buono e la città amorevole, e che erano stati riceuti carissimi. Et essi, che celebrorno il capitolo generale a 4 di settembre di questo anno 1533, elessero per preposito de la casa di San Nicola di Venetia il padre don Bonifacio, un di quattro fundatori, et in Napoli in questa nova casa di Santa Maria de la Misericordia il beato padre don Caetano, e a 12 d’ottobre mandorno da Venetia sei padri per il servitio e per la fameglia di questa casa, il padre don Marco Venetiano, Girolamo Consigliero chierico professo e fratello del padre don Paulo un di quattro, Andrea Verso chierico romano professo, don Pietro Fuscareno veronese, don Michele Mazzalorsa di Monopoli, novitii e sacerdoti, e un don Lorenzo ancor esso novitio e sacerdote.

Vennero questi sei ad habitare con li dui altri padri che erano già in Napoli e dedero principe ad officiare quella chiesa e a dirci li divini officii con gran devotione del popolo, et al giovare al prossimo con le sante confessioni et altre opere di carità. E a dí 11 di febraro del sequente anno 1534, in questa istessa chiesa, il detto padre preposito diede la professione a don Pietro, e questo fu il primo di nostri che facesse professione in Napoli, il quale ci fece dopo gran frutto (como si dirà al luogo suo). Perché questo luogo stava fuor dell’habitato, et in quel tempo era solitudine che non v’erano le case che hora ci sono, et era anco scomodo alle persone di qua[24v]lità che frequentavano quella chiesa, fu comonemente giudicato non poterse fare quel servitio alla città che si desiderava, stando in quella solitudine, ma esser piú espediente haverne altro dentro la città e dentro a l’habitato.

E perché quando li nostri vennero in Napoli il vescovo Teatino scrisse alla madre sor Maria alla Sapientia che li mandava li padri, et in particulare il reverendo padre don Caetano [sic], il quale era il suo occhio destro, per dire le proprie parole sue, la ricercò che l’havesse fatto conoscere e che li raccomandasse a madama Longa, la quale havea eretto l’hospedale del’Incurabili, e a Maria d’Aierbo duchessa di Termoli sua cara compagna nel’istesso hospedale, detto di Santa Maria del Popolo. Queste devote donne procurorno haver questi padri alla loro chiesa, et li affittorno una casetta piccola presso la porta grande del cortile, apunto ove è hoggi il primo monistero de le Convertite, et ivi andorno ad habitare a 24 di marzo di questo anno 1534. Presero questa casa per la comodità de la chiesa ove li fu concesso di celebrar li divini officii e confessare. E da la bona conversatione di padri nostri con quei preti secolari che ci stavano et officiavano la chiesa, ne sequí che quei buoni preti secolari si reformorno in guisa tale che deventò un clero di molto spirito et edificatione a tutta la città, che appresero tutti li costumi e vita de li padri, imitandoli non solo nel culto divino e nella vita esemplare, ma anco nel vestito, che molti di quei vestivano al modo di padri.

E ci furno in quel clero huomini singulari et insigni, che hanno dato gran esempio ad altri chierici secolari di questa città. Tali furono fra gl’altri don Geronimo Spinola, don Berardino de Bellis, don Francesco d’Oliverii, don Giovan Dominico Castagnito, don Giovann Antonio Beffa et altri, quali tutti furono allievi de li primi padri nostri. E quei sacerdoti secolari di qualità, che sono sta[25r]ti in Napoli, hanno fatto molto conto d’entrar et l’esser agregati a questo clero in compagnia di huomini di tanta bontà e di tanto esempio; e da quel tempo li governatori di quella casa pensavano molto quando recivevano altri sacerdoti e clerici a quel eletto clero, al quale non si ammettevano huomini comuni. E perciò crebbe in tanta stima che la loro compagnia era apprezzata non solo da persone che volevano servir quella chiesa, ma anco da nobili, li quali per menar vita ritirata e bona, lasciando le loro comode case, haveano caro venir a vivere in quella bona e santa compagnia, como fecero Lelio Brancaccio, il quale fu poi arcivescovo di Sorrento e passò da quella chiesa a quella di Taranto, Ettore Caracciolo, Ferrante Bucca et altri.

Stettero li nostri padri in questa casa insino all’anno sequente del 1535 et hebbero per opra dela sudetta Maria Longa alcune case site poco piú sotto questo luogo, ove poi fu fatto il monistero delle moniche dette de Gerusalem, e dopo anco il monistero de le Convertite riformate. In questa strada per la qual si va al Hospedale dell’Incurabili, da una parte il monistero di Santa Patritia, il quale è antiquo, e da l’altra parte erano diverse case e casette di diversi padroni, e ci era una piazza detta delle Carniole, e fra queste case ci era una casa grande di Giovan Cola de la Ratta. Furono date alcune limosine da diverse persone a Maria Longa, acciò comprasse uno sito per accomodare li padri nostri, et ella fece comprar da Pietro Maruffo genoese, suo conoscente e confidato, la detta casa grande del detto Giovan Cola, et altre casette piccole convicine, ove spese mille e ottocento docati, como per cautele che si conservano nel Archivo de la Casa di San Paolo stipulate a 20 di luglio del 1535 per notar Giovan Domenico de la Lega. E questa casa fu consignata al beato padre don Caetano preposito et all’altri padri.

E il detto Marruffo fece dichiaratione haver comprato il detto stabile per detto effetto e per tal causa, e che il danaro li fu dato da la detta Maria Longa, la quale l’havea hauto da diverse [25v] persone per elemosine, con patto che se li padri non havessero voluto stare in questo luogo e da questo fussero partiti anco da Napoli, queste case s’intendessero donate alle monache dette di Gierusalem, novo monistero di monache istituito anco da li nostri padri (como si dirrà appresso), le quali haveano habitatione scomoda nel cortile dell’Incuraboli; et anco con patto che mancandole dette monache o lasciando questo luogo, le dette case s’intendessero donate al Hospedale del’Incuraboli.

Pagavano queste case due censi: l’uno al monistero di Santa Patritia, di annui docati undici, e l’altro al monistero delle Vergine fuor la porta di San Gennaro annui carlini trenta dui.

Ed in questo sito li padri accomodorno al meglio che possirno; e nella stalla, per esser luogo piú comodo e piú capace, accomodorno una chiesina polita, e per questa causa venivano chiamati “li padri de la stalletta”. E fecero l’altare a punto ove era la mangiatoia di cavalli. Et incominciorno ad officiare questa chiesa il primo di novembre del 1535. L’anno passato 1534 li padri di Venetia soli celebrorno il capitolo generale a 14 di settembre in San Nicola e fu confirmato preposito di quella casa il padre don Bonifatio, e in questa di Napoli anco fu confirmato il beato padre don Caetano, il quale con spirito grande attendeva al beneficio di prossimi con santi documenti e buoni esempi, e con far frequentare li santi sacramenti de la confessione e santa comunione, il che in quei tempi era cosa insolita, che il popolo non si comunicava salvo una volta l’anno o due il piú.

Vennero molte persone a frequentare la loro chiesa, non solo mentre stettero et officiorno la chiesa del’Incuraboli, ma anco quando andorno in quest’altra detta Santa Maria de la Stalletta. Ma quelle persone che piú frequentavano erano le sudette Maria Lorenza Longa e Maria d’Aierbo duchessa di Termoli, le quali erano specchio di santità a tutta la città, essendo ben guidate dal beato padre don Caetano e beato padre don Giovanne loro confessori, tenuti da tutti comunemente per santi, per la loro bona guida che facevano a’ confitenti. E queste due attesero tanto nella vita spirituale, caminando a gran passi alla per[26r]fectione, giovando con l’opre e con l’esempi a prossimi, non solo con le proprie facultà et limosine, ma anco con lo servitio de le loro persone, che al servitio di Dio e beneficio di prossimi l’una e l’altra se applicorno, come si refererà nel sequente capitolo.

 

[26v] Come il beato padre don Caetano e lo beato padre don Giovanne instituirno il monisterio delle monache dette di Santa Maria in Gerusalem capucine della stretta osservanza di Santa Chiara con il mezzo di Maria Longa, et il monistero de le convertite con il mezzo di Maria d’Aierbo duchessa di Termoli. Capitolo 5.

 

Questa signora, vulgarmente chiamata Madama Longa, fu di natione spagnola, nobilissima del Regno di Catalogna, e venne in Napoli con il suo marito che fu il primo regente di Cancellaria in questo Regno, il quale venne in Italia con Ferdinando re cattolico, essendo suo general auditore; e perché fu huomo di gran valore e di bontà di vita, fu carissimo al re. Il suo nome era Mossen Long, che in lingua italiana è tanto come a dir misser o mio segnor Longo, e cosí veniva chiamato, ma il nome era Giovanne, ancor esso catalano. E perché in quel tempo era assai in uso, certe persone cosí singulare erano nominati piú da la famiglia che dal proprio nome, la moglie veniva chiamata Madama Longa, ma il suo proprio nome era Maria Lorenza Longa, da la famiglia del marito; et ancor essa fu di gran valore e di santa vita.

Et essendo rimasta vidua per la morte del marito, s’infirmò di paralisia, e la ridusse a tal termine che restò priva d’ogni actione, in modo che veniva messa in una sedia fatta a posta secondo il suo bisogno, e cosí immobile se ne stava. Li venne gran voluntà d’andare per sua divotione alla Madonna de lo Reto [sic, per Loreto] in Ancona per visitare quella Casa santa. Et essendoci stata condotta con l’istessa sedia dentro una lettica, mentre stava ad ascoltar la messa, fu in istante miracolosamente risanata, come piú allungo scrive il padre Oratio Torsellini nel Istoria di quella Casa santa al cap. decimo. Ritornata in Napoli, volendo esser grata a Dio et alla Vergine Beata per la gratia riceuta, si diede tutta a opere pie et a santi esercitii, e a fare molte limosine.

In questo tempo in Napoli Ettorre Vernacchio genoese, huomo spirituale e tutto dato a opre pie e signalate, como havea fatto in Roma ove [27r] molto prima in compagnia del nostro vescovo Teatino che haveano instituito l’Harcospidale del’Incurabili di Roma, opra signalatissima, levando l’infermi che in mezzo de le piazze in ceste prima erano messi a chiedere le limosine, e li condussero in quello Hospidale da essi eretto; cosí anche volse fare in Napoli. Fu questo padre di donna Battista di Genua, canonica regolare lateranense, celebre per la sua vita e scritti, come ella scrive nel quarto tomo de li suoi libri in un particular capitolo, ove descrive la vita di suoi genitori. Questo pio huomo a istanza de la comunità di Napoli fece spedire un breve apostolico da papa Leone il decimo, con la data di dui di marzo del anno 1519, per lo quale si concede facultà di fundar un Hospedale in questa città di Napoli, con tutti li privilegii et esentioni, che tiene il sopra nominato Arcospedale dell’Incuraboli di Roma. E cosí havendo procurato un luogo atto, ove hoggedí sta questo Hospedale, e con l’aiuto di molte persone pie l’accomodó con letti e stanze separate per li huomini e per le donne, e levò dal Hospedale di San Nicola, detto de lo Mandracchio, quei infermi che ivi erano, et il primo giorno di magio con sollenne processione li trasferirno in questo luogo, nel quale il detto Ettorre attendeva con ogni studio e diligenza a servire.

Et havendo di bisogno de una donna di spirito e valore, pensò a Madama Longa, la quale fu da esso per mezzo di gran spirito introdotta a questo servitio, ove si dedicò e con la persona e con le robbe proprie, et anco con procurarle da altri con il mezzo della sua autorità e valore. E considerando che la Madre di Dio l’havea liberata da infirmità incurabile, volse applicarse a servir le povere donne inferme incurabili, e stette in questo servitio molti anni, con admiratione incredibile di tutta la città. E con una sviscerata carità dimostrata in diverse occasioni, fra quali si può racontare una miracolosa che l’incorse nel anno 1528, quando ne la città era una estrema carestia causata dala guerra e peste di quel tempo, per il che le genti si morivano de la fame.

Ella un giorno se ne stava nel detto Hospedale assai ramaricata, perché non havea pane per dare alle sue inferme; e postosi in oratione, dimandando a Dio il soccorso in [27v] necessità e bisogno cosí estremo, ecco che si sentí chiamare da fuora alla strada publica che sta sopra le mura de la città con piú voci; e affacciatosi alla finestra per veder che ciò fusse, vidde che tredici poveri, li quali con lamentevoli e pietose voci li dimandavano pane, con dirli anco che si morivano de la fame. Si duplicò il cordoglio nel petto della caritativa donna, e si scusò como era verissimo che non si havea un solo boccone. E a questo li replicò un di essi: “Per amor di Dio, fate scopare le casse ove solete tenere il pane e datice quelle minucci acciò ne refreschiamo”. Andò sollecitamente per far questa poca carità al animo suo, che harebbe voluto poter piú. Et aperte le casse, le ritrovò (o mirabil fatto) tutte piene di bianchissimo pane e caldo, in modo che dimostrava all’hora all’hora fusse cavato dal forno; e pigliatone bona parte di esso per darlo a quei poveri, nullo piú ci ritrovò in quel luogo.

Fu anco dopo la sua morte visibilmente vista la notte andar per la corscie del’Hospedale con cose di zuccaro dandole all’inferme, et anco al esortarle alla patienza. E di tutte queste cose e altre ni è fama publica appresso le piú vecchie donne deli monisterii di Gerusalem e de le Convertite, como anco nel’istesso Hospedale (como di sopra nel altro capitolo si è detto).

Questa degna e santa donna in compagnia de la duchessa di Termoli si confessavano da li nostri padri. E perché tutte due erano di gran spirito, a gran cose da essi erano indrizzate. Et sommamente erano amate, perché erano le prime genite lor figlie spirituale. Et altretanto erano care alli nostri padri di Venetia e al nostro vescovo Teatino, al quale scrissero e lo pregorno che le volesse agregare alla figliolanza de la nostra piccola religione. E lui li risponde con le sequenti parole, primo a Madama Longa, sotto la data de li 3 di magio del 1534: “Quelli nostri fratelli mi par cosa soverchia racomandarli a vostra signoria, ma questi di cqua tutti vi salutano in Christo; e con questi e con quelli tutti ne la carità di Christo uniti riceviamo e riconosciamo vostra signoria per honoranda in Christo sorella e madre nostra, sincome vostra signoria dimanda”; [28r] e alla duchessa l’istesso vescovo scrive sotto la data de li 13 di magio del istesso anno, e dice cosí: “Quel che dimanda vostra signoria di esser partecipe de la nostra bassezza, pe li medesmi rispetti vego non poterseli negare, e cosí dico che la riceviamo per nostra in Christo honoranda sorella e madre, ansi sin como ho scritto alla Signora Longa, ricevemo vostra signoria nel numero delli servi e serve del Signor, sperando che lui habbia scritto il nostro nome nel libro de la vita”. E con questa formola furono riceute queste due sante donne alla figliolanza de la religione.

Era grande lo spirito di Madamma [sic] Longa, e perciò questi dui prudenti padri li consigliorno a dar un altro passo piú avante di quello have dato nella via di Dio, e la persuadettero a istituire una nova religione di donne sotto la regola di San Francesco. Il nostro vescovo Teatino, mentre stette in Venetia, hebbe molta parte al riformare li frati minori di San Francesco detti del Osservanza, et esso hebba il carico di processare un loro generale (come di sopra si è detto). E perché in quella religione ci erano alcuni buoni et osservanti, erano grandemente impediti dali cattivi a poter far bene, esso ne castigò molti, et a molti diede aiuto e comodità. Da questa motione hebbe principio la riforma che fu chiamata di capuccini, et il nostro vescovo ci hebbe molta parte, e grandemente furono da essi aiutati.

E questa riforma hebbe il suo principio in questo modo. Un frate de la sudetta regola di Minori dell’Osservanza, chiamato fra Matteo Basso, nobile di Maridà nel Umbria, huomo di santa vita e di molti miracoli in vita e dopo morte, l’anno 1525 si vestí con un habito di panno assai rustico, povero e diverso da l’altri; e l’anno sequente del 1526, a 28 di magio, spedí un breve apostolico da papa Clemente settimo a intercissione di Caterina Cibo, duchessa di Camerino e nepote del papa, con il quale li dona facultà di poter fare una riforma de la sua regola, riducendola a quel buono principio che dal glorioso San Francesco fu instituita. Et havendo riceuto un luogo dall’istessa duchessa presso Camerino, chiamato Renacavata, et havendo il detto fra Matteo ridotto altri frati a vestirnosi con l’habito diver[28v]so da quello dell’altri suoi frati di panno molto grosso, vile e con il capuccio aguzzo e cucito con l’habito, conforme a quello si vede in tutte le antique figure e ritratti di San Francesco, con estrema povertà dede principio a questa gran riforma.

Ma mentre per bisogni de la nova sua opra li bisognò andare in Matelica, ivi per ordine del provintiale di frati zoccolanti de la Marca fu preso carcerato, e lo tenne malamente carcerato in strettezza, con continui digiuni di pane et acqua a misura, e con continue battiture per lo spatio di quattro mesi. E in questo modo il Signore permise che si affinasse questo suo servo, e per darci esempio che in tutte l’opre bone che havemo a fare, quando ci sono gran contradictioni, è segno che piaceno a Dio, perché il demonio suo nimico le vole impedire, como fece con questo cosí santo huomo. E finalmente essendo ciò venuto alle orecchie de la duchessa, lo agiutò e lo fece ponere in libertà.

Alcuni altri frati del’istesso Ordine in Calabria, nel Regno di Napoli, a imitatione di fra Matteo, vestitosi ancor essi con l’istesso habito di panno grosso e con lo capuccio aguzzo, e scalzi incominciorno ancor essi a vivere in gran povertà et a imitar il loro glorioso San Francesco; e questi similmente patirno gran travagli dall’istessi zoccolanti, e furono difesi da donna Geronima Borger duchessa di Nucera, la quale signora, perché era molto pia e conosceva chiara la persecutione di quelli frati, li tenne allogiati nella casa sua stessa in Filocaso, terra sua in Calabria. E questi frati in questo modo riformati, che per il capuccio aguzzo che portavano vennero detti cappuccini, presero un luogo in Napoli l’anno del 1530 e fu di primi luochi che essi havessero, che fu la chiesa di Sant’Eufemio fuora la città. E questa nuova riforma, per l’asprezza de l’habito e de la povertà estrema e rigorosa da essi tenuta, apportava incredibile devotione a tutta questa città, essendo li napolitani devoti et officiosi alli osservanti religiosi.

Et con questa occasione, cosí come [29r] il vescovo Teatino con il mezzo de la madre sor Maria sua sorella have già fundato un novo monistero di osservante moniche de la regola di San Domenico, cosí il beato padre don Caetano et il beato padre don Giovanne, con il mezzo di Madama Longa, volsero essi fundarne un altro sotto la regola di San Francesco. E perciò deliberatosi questa bona donna di volersi vestir di questo istesso habito a similitudine dela gloriosa Santa Chiara, si diede principio al monistero. Et spedite le bolle da papa Paolo terzo sotto la data de li 12 di marzo del 1534, con le quali il pontefice commette l’esecutione al vescovo di Caserta et all’abbate di San Severino di Napoli, o al priore di San Martino et al abbate di San Severino per osservanza del breve apostolico stabilise e fundò questo novo monistero con le bolle da esso spedite a 19 di luglio del sequente anno 1535. E si vestirno deceotto moniche in un istesso giorno, le quali erano di grandissimo spirito e de le principali de la città. E per loro habitatione hebbero certe stanze dentro il Cortile del Hospedale del’Incuraboli, ove stettero insin a tanto che li nostri padri hebbero la chiesa di San Paulo. Et partiti li padri nostri da questo luogo di Santa Maria in Stabulo, ci andorno ad habitare queste moniche, già che quando furno comparate queste case, con tal patto e conditioni si comprorno (como di sopra si è detto), e in questo luogo accomodorno un monistero piccolo e povero, ma assai devoto; e la chiesa fu intitulata Santa Maria in Gierusalem, e sono di grandissima edificatione.

Il loro vestito è como quello di padri capuccini, scalze, con le sole fatte di spago da loro stesse. Digiunano tutto l’anno fuor che le domeniche, ancor che pochi giorni mangiano latticinii, perché non mangiano mai carne; pur non di meno digiunano, non bevono mai vino. Sono le prime che nella città si levano a mezza notte a dir il matutino, dormeno sopra le tavole con una schiavina sola sotto, senza strapontini o pagliaricci. Viveno di limosina con estrema povertà. Sono tanto osservante che non fanno entrar dentro la clausura né il medico, né il barbiero se non in gravissimi casi; e per ordinario quando sono inferme, mentre il medico li vol toccare il [29v] polso o il barbier li vol cavar sangue, cacciano il braccio per un buco ne l’infermaria. Et ancor che quasi tutte siano nobili e dilicate, l’amor di Dio le fa robuste e gagliardi a tollerar una vita cosí stretta. Ben è vero che quasi tutte sono infirme del corpo e per ordinario moreno o ettice, o tisice, o idropice. Et è tanta la divotione di tutta la città a questo monistero, che a pena muore una monica che ci concorreno molte persone nobili per entrarci che non ci è luogo, atteso non possono eccedere il numero di quaranta. E sempre questo numero è intiero, né mai resta voto che subito non ci siano molte che aspettano per entrarci.

Governò questo monistero santamente sor Maria Lorenza con molti esempi di santità molti anni, né mai ho potuto sapere la giornata del felice suo passaggio da la terra al cielo perché le stesse monache non lo sanno. Ho ben ritrovato scritture che a 22 di gennaro del 1539 era già viva e governava il monistero, e a 23 di luglio del 1543 governava sor Vittoria d’Afflitto, in modo che fra questo tempo morí. Questo siben ho saputo, che quando rendé l’anima al Signor, si ci ritrovò presente il nostro beato padre don Caetano et il beato padre don Giovanne. Nel qual tempo Maria d’Aierbo duchessa di Termoli, che in suo luogo havea preso il governo del Hospedale quando ella prese l’habito de la religione, como che carissime insiemi erano, si prese il carico di farla sepelire ne la comune sepultura de le moniche alla loro chiesa, ma in una cassa grande fatta a posta con intentione che, quando ella fusse morta, si ponesse dentro l’istessa cassa, accioché mentre vive unite in uno istesso animo erano state, ancor morte non fussero l’una da l’altra separata.

E mentre visse si sforzò imitar la sua compagna al suo possibile, e perciò volse istituire un monistero di donne convertite con l’istessa bona guida et aiuto de li beati padri suoi confessori. E l’occasione fu che nel Hospedale [30r] venivano molte donne di mala vita inferme per la giusta pena de loro peccati; e perché in quel luogo ci era esercitata molta carità, si riducevano quelle poverine e miserabili alla penitenza de la mala vita. Et havendo la duchessa fatto bono redutto di queste donne, aiutata et indrizzata da questi beati padri, li quali procurorno da Roma licenza et autorità di poter far un monistero nuovo in Napoli per questo effetto. Et ottennero alla Penetentieria da Antonio cardinal Santi Quattro un breve sotto la data deli 17 di decembre del 1538 e del pontificato di papa Paolo terzo l’anno quarto, in virtú del quale si concede facultà alla duchessa di Termoli et ad altre persone di Napoli che possino erigere un monistero novo di donne convertite, il quale sia unito e governato dalli maestri et economi del Hospedale del’Incuraboli. E cosí hebbe il principio questo monistero, il quale hogge è cresciuto in molto numero, atteso sono piú di trecento monache e viveno con laudabile vita e con buon nome e gran edificatione di tutta la città.

Visse questa singular signora sempre in questo esercitio con humiltà e carità grande, e l’anno [spazio bianco nel ms] passò alla felice vita del paradiso, como si deve piamente credere per li gran segni che si n’hebbero, fra quali questo è degno di memoria. Havea ella (como si è detto) fatto sepelire la sua cara et amata conpagna [sic] sor Maria Lorenza nella cassa fatta a questo effetto molto granda [sic]; ordinò, prima che morisse, che dentro l’istessa cassa fusse il suo cadavero posto; et essendosi aperta la cassa nella presenza di molte moniche dell’istesso monistero, posero il corpo della duchessa sopra il corpo di sor Maria Lorenza, la quale era morta dui anni prima, lo qual corpo da se stesso levò il destro braccio e abbracciò il corpo de la duchessa, non senza stupore e meraviglia di tutti li astanti. Et ciò hanno testificato l’abbatessa che governava questo monistero l’anno del 1606, che si chiamava sor Benedetta Capece, et altre monache alla presenza di Giovan Francesco di Ponte, marchese di Morcone e regente di cancellaria, e del padre don Antonio Caracciolo chierico regolare e mia, e tutti insiemi queste moniche fecero fede haver que[30v]sto fatto racontate piú volte da quelle istesse monache che si ci ritrovorno presenti, una de le quali chiamata sor Eustochia d’Aierbo, la quale l’anno passato morí carica di molti anni e di grande virtú.

[agg. in marg.] E ancorché avante l’altare magiore della chiesa de l’Incurabili, nelle facciate destra e sinistra vi stanno li monumenti del marito e del figlio di essa duchessa di Termini; et in terra vista la sua sepoltura, non per questo ci sta il suo corpo, perché questo vi sta solo per memoria di essi padre, figlio e madre.

Li nostri padri usorno molte carità a tutti dui questi monisteri, e in particolare a quello di Gierusalem, et in quel principio li ministrorno per molto tempo li sacramenti. Et essi poi, con il favor del nostro cardinal Giovan Pietro Carafa li fecero spedire una bolla da l’istesso cardinale per ordine di papa Paolo terzo sotto la data de li 10 di gennaro del 1538, in virtú de la quale si concede facultà a sor Maria Lorenza e all’altre moniche di questo monistero che si possino confessare da qualsivoglia confessore cosí regolare como secolare, con ampla facultà simile a quello fece molto prima spedire esso stesso al monistero de la Sapienza. Li nostri padri le confessavano, et il beato padre don Giovanne spesso li faceva li sermoni spirituali, tutti pieni di gran spirito. E cosí continuorno insino che accaporno di star sotto lo governo de la loro regola di padri capuccini, il che accaporno con molte fatiche dopo molti anni.

[32v] […] E perché la chiesa di Santa Maria [in Stabulo o della Stalletta] di Napoli era assai picciola, e il concorso de le genti ogni giorno si agumentava, cosí di huomini e di donne che convenivano in questa chiesa, come anco cresceva la famiglia nella casa, ove pativano molte incomodità li poveri padri, li quali li suffersero per il spatio di quattro anni e mesi. Alcune persone amorevoli fecero diligenze per ritrovar luogo piú comodo in Napoli, e finalmente fu pensato che si haveria potuto havere la chiesa di San Paolo magiore.

 

 

5

 

Giovanni Battista Del Tufo, Historia della religione de’ Padri Cherici Regolari, in cui si contiene la fondatione e progresso di lei infino a quest’anno MDCIX, Roma 1609, 22-25.

 

Havendo addunque ricevuto il breve del Pontefice, i padri di questa religione, i quali in quel tempo non habitavano altro luogo che quel di Venetia, e come ossequiosi servi e figliuoli ubbidientissimi della Santa Sedia e Pontefice Romano, vicario di Christo, desiderosi d’ubbidire e di recare ad effetto il piú tosto ch’era possibile la mente di Sua Santità, quell’istess’anno millecinquecentotrentatré spedirono alla volta di Napoli, per fondar un luogo, il p. d. Caetano Tiene, un de’ quattro fondatori della religione, e in compagnia di lui il padre don Giovanni de Marionò venetiano, padri di gran zelo, dotati da Dio benedetto di nobilissime qualità e di religiosissimi costumi, come con la testimonianza dell’opere e col saggio delle virtú loro si fecero agevolmente conoscere, nel successo di molti anni che vissero in quella città. Nella quale affaticandosi assiduamente, per servigio di Dio e salute di quella gente, secondo il lodevole costume della religione, spendendo il talendo conceduto lor dal cielo nello spiritual governo di quell’anime, l’incaminavano con gli esercitii spirituali vie piú sempre a maggior perfettione. E cosí conla frequenza di questi esercitii della lor religione, vissero sempre con grand’openion di santità, la quale santamente morendo confermarono, e poi anche dopo morte con l’odor della passata vita s’accrebbe, come appresso di ciascun di loro al proprio luogo si dirà.

In compagnia di questi due padri principali ne furon mandati ancora alcun’altri, affine che fondata questa nuova casa, ci fosse bastante numero per poter, non solo con l’amministration de’ sagramenti, servir la chiesa, ma ancora con l’esercitio degli ufficii divini collegialmente ufficiarla. I quali, quantunque tutti fossero padri di gran bontà e di vita esemplare e molto osservante (come nell’istessa religione, infino al dí d’hoggi, n’è rimaso l’odor della buona fama, e ancor’io ne sono specialmente informato, non solo da altri padri che in questa vita furono lor compagni e nella conversation fratelli, ma anche da persone secolari, per autorità e gravità degne di fede, i quali gli haveano e conosciuti lungamente e praticati) nientedimeno di due di loro, che furono padri molto degni e ottimi religiosi, ancor io ne posso essere verace testimonio.

[…] E la prima chiesa che fu data alla religione e che cominciassero i padri ad habitare e ufficiare fu Santa Maria della Misericordia, posta fuor della Porta di S. Gennaro, appresso le mura della città. Per la cui ristauratione e per alcune commodità necessarie, cosí al culto divino come per habitatione e comodità de’ padri, compiacquesi Giovanni Antonio Caracciolo, come molto affezionato alla virtú e amator de’ buoni religiosi e servi di Dio, di farvi una nobile spesa. Anzi, dubitando che i padri in successo di tempo non potessero senza certa rendita nella città di Napoli mantenersi, e parendogli che l’istessa città non gradisse questo nuovo modo di vivere senza haver proprio e non cercar limosine, offerí loro una rendita sicura e bastevole per loro sustentamento, e fecepiú volte viva istanza che l’accettasero, ancorché da’ padri non solamente non fosse accettata, ma né pure ascoltata, per aver eglino collocata ogni lor fidanza nell’infallibile Providenza Divina, la quale havendo particolar cura de’ servi suoi (come sensatamente si vede), quantunque habbino hoggi tre luoghi e molto numerosi, particolarmente i due di S, Paolo e de’ SS. Apostoli, piú d’ogni altro che l’istessa religione habbia in qualunque altra città, nondimeno vivono religiosamente, sotto le grandi ale dell’istessa Provvidenza Divina, tanto è grato e fruttuoso in Napoli il religioso modo di viver loro.

Non havendo dunque i padri accettato tal rendita, l’istesso conte d’Oppido, che fu sempre cosí per dote della natura, come singolarmente per favore speciale della divina gratia liberalissimo donator de’ suoi beni e dispensator della roba sua a’ poveri di Christo, restandone molto edificato, non seppe mai cessare, non solo mentre che visse, di far partecipi ipadri della nostra religione della sua liberalita, ma ancora alla morte, facendo un nobilissimo legato, lasciò tanti maritaggi perpetui, di tremila ducati d’oro, per ciascuna donna della famiglia Caracciolo, e tante piazze perpetue di sei ducati il mese per aiuto e sovvenimento di tantipoveri gentilhuomini e gentildonne dell’istessa famiglia, volendo che, quando pur non ci fossero Caraccioli, in beneficio d’altri poveri nobili nell’istesso modo si compartissero.

Avvenne in successo di tempo che, accorgendosi i padri non essere a proposito il tener per la religione questa chiesa della Misericordia fuor delle mura della città, si deliberarono di lasciarla. Conciociacosaché, quantunque hoggi in capo a tanti anni questa contrada sia tutta habitata e di palagi e di nobili habitationi d’ogn’intorno circondata, nientedimeno, essendo il luogo in quel tempo molto rimoto e solitario, lontano dalla frequenza del popolo, non v’era speranza veruna di poter far nell’anime quel frutto che dalle religioni specialmente si richiede.

Onde i padri si trasferirono dentro alle mura della città, in un luogo vicino a Santa Maria del Popolo, che fu donato loro da una divotissima e virtuosissima gentildonna, chiamata Madama Longa, di natione spagnuola, dove al presente è posto il monastero delle monache cappuccine, chiamato Gerusalemme. Quivi i padri, presa una picciola habitatione, in quella parte della casa ov’era la stalla de’ cavalli v’edificarono una picciola chiesa, e trasferendo quel profano e vilissimo luogo in una stanza santa, la dedicarono con molti divoti ornamenti alla Maestà Divina.

Ma conciosiacosaché questa picciola chiesa fosse stanza troppo stretta e poco capace per l’amminstration de’ sagramenti e per gli esercitii spirituali, che da’ nostri cherici regolari si fanno alla giornata a honor di Dio e salute dell’anime, i padri, poiché quattro anni l’hebbero tenuta, aspettando la commodità di qualche buona occasione di potersi allargare, recando in questa maniera maggior utilità e giovamento all’anime, alla fine, ottenuto un altro luogo piú commodo e piú capace (di cuisi dirà nel seguente capitolo) se ne partirono, restituendo questo luogo all’istessa gentildonna che l’haveva loro amorevolmente donato. La quale, dopo la partita de’ padri, v’edificò il monastero di Gerusalemme di donne monache dell’Ordine di San Francesco, che sotto il buon governo de’ padri cappuccini insino al dí d’hoggi vivono molto religiosamente, con vita non solo molto esemplare, ma piú aspra e piú austera di qualsivoglia altro monastero di monache che sia in tutta Europa, per quanto io ho cognitione.

Ove non mi par di dover tacere in questa historia d’un evidente e manifesto miracolo, avvenuto a questa gentildonna, il quale fu forse, se non intera cagione, almeno grand’occasione ond’ella si movesse, lasciata la roba e ’l mondo con tutto suo havere, per gratitudine d’una segnalata gratia e beneficio dal Signor Iddio ricevuto, a darsi tutta alla Maestà Sua, entrando in questo strettissimo monastero, da se stessa edificato, e per sua habitatione in vita e sepoltura dopo morte volontariamente eletto, esortata a cosí santa impresa dal p. d. Caetano Tiene, cherico regolare, suo confessore.

Era addunque costei, per una fastidiosissima e intolerabile infermità di paralisia, della vita sua a ogni attione humana talmente impedita, che diventata hormai a se stessa disutile e a tutti gli altri tutta noiosa, non trovando piú né medici né medicine che le dessero speranza alcuna per la sua sanità racquistare, lo stato suo miserabile havea piú sembianza di morte che di vita. Onde spogliatain questa maniera d’ogni fidanza di poter mai piú tornare nelle pristine forze e tutta gettatasi nella protettione e misericordia divina, pregò efficacemente il marito che si compiacesse di farla condurre il piú tosto che fosse possibile alla santa casa della Vergine gloriosa di Loreto. Ove ella non fu sí tosto giunta, che tutta ripiena e colma nella mente e nel cuore d’una ferma e certissima fede, che le preghiere della santissima Madre delle gratie le dovessero esser giovevoli.

La mattina si fece portare in chiesa, e avanti l’altar della Vergine presentare. E appena era entrata nella cappella, che un sacerdote uscito per celebrare e venuto all’istesso altare incominciò quella messa in cui si legge ’l vangelo del paralitico. E venuto a quelle parole ait Paralitico, tibi dico surge, la donna inferma si sentí subitamente, con una certa forza divina, tutte le membra insieme consolidare e d’insolita dolcezza ancor la mente e l’anima riempire; e sciolto in quell’istante ogni impedimento delle membra, agevolarsi di maniera a tutte l’attioni humane che hanno i corpi sani,che colma di smisurata allegrezza, levossi su in piedi dalla sedia ov’ella stava inferma. E mentre che i circostanti della novità del fatto stavano tutti attoniti, la donna, che per l’infinita allegrezza dell’ottenuta gratia parlava piú con le lagrime, che da gli occhi con gran copia gli piovevano, che con gl’istessi accenti delle parole, non si sapea satiare di renderne gratie alla Maestà Divina. Fornita ultimamente la messa, la donna, con maraviglia e stupor di tutti i suoi dimestici e conoscenti, co’ suoi stessi piedi se ne tornò all’albergo. E di tutto questo successo già molti anni sono io fui fedelmente informato da persone degnissime di fede, che sapeano ’l tutto, havendo con lei dimesticamento trattato, e in particolare da Giovanna e Lucretia Scortiata, nobili matrone di molta virtú e divotione, e l’ho poi letto piú distintamente nell’Historia Lauretana del padre Oratio Torsellino della Compagnia di Giesú.

Ritornata addunque la donna in Napoli, s’occupava di continuo in opere pie, massimamente per l’esortatione del predetto padre d. Caetano Tiene, cherico regolare, suo confessore, il qual desiderava e procurava d’incaminarla alla perfettione evangelica, di cui ancor’ella era sommamente desiderosa. Onde poiché, morto il marito, hebbe donato tutto il suo, impiegandolo prudentemente in luoghi e opere pie, con magnanima e christiana liberalità, havendo specialmente beneficato lo spedale di Santa Maria del Popolo nell’istessa città, detto volgarmente degl’Incurabili (come ve n’è ancora ampia e chiara memoria), si monacò in detto monastero, ov’ella visse molti anni con openion di santità, e con l’istessa openion vi morí.

 

 

6

 

Giuseppe Silos, Dell’historie della Religione de’ Chierici Regolari dalla sua prima fondatione (Napoli, Biblioteca Nazionale, fondo San Martino, cod. 593, f. 160v-170v).

 

Dell’Historie de Chierici Regolari libro quinto.

[160v] Uscito da quell’albergo [di Santa Maria della Misericordia] Gaetano co’ suoi chierici regolari, fugli dal Signore apparecchiato l’hospitio, né potea mancare stanza a quell [sic] solenne mantenitore della divina provvidenza e della sua povertà; il quale era uscito dal cielo aperto, accioché la pioggia dell’oro che cadeva dentro quella casa non bagnasse e corompesse la sua povera e apostolica religione. Era in Napoli una nobile matrona di singolar bontà, chiamata Maria Lorenza Longa, la quale fin da quel tempo che Bonifacio del Colle venne, sí come fu detto, in Napoli per dar aiuto a Maria Carafa, sorella del vescovo teatino nel fondar il monastero della Sapienza, vedendo i gravi portamenti di quel religiosissimo huomo, havea conceputo uno maravigliosissimo affetto verso la nostra religione e portava nell’animo un vivo desiderio ch’ella si fondasse in Napoli. Dapoi trasferendosi in quella città Gaetano e Giovanni Marionò, scrisse alla sorella il Carafa che venivano colà due padri, e nominando Gaetano, dicea ch’egli era il suo occhio destro, e pregolla istantemente che introducesse amendue nella notitia e affetto di Maria Lorenza. Sí che, e per sua inclinatione, e per gli stimoli e raccomandationi di Maria Carafa, mostrò ella segni particolari di benevolenza verso i nostri. Insieme con Maria d’Ayerba, duchessa di Termoli, nobilissima e lodevolissima donna, la quale congiunta in istretta dimestichezza con Maria Lorenza, parea similmente che gareggiasse con essa lei di pietà. Imperoché s’erano amendue con incredibile esempio d’humiltà e di carità applicate allo servigio dell’Hospedale degl’Incurabili; e Maria Lorenza habitava oltre a ciò in quel luogo e n’havea il governo.

Queste due segnalatissime matrone, ch’amavano singolarmente la nostra famiglia e haveano spetialmente in somma veneratione Gaetano, la cui virtú e santità di costumi haveano già conosciuta, come che intesero che i padri erano partiti dalla primiera casa della Misericordia, stimando che quell’occasione venisse loro offerta dal cielo, pensarono d’avvalersi dell’opportunità e di convertire in lor profitto quella nuova risolutione, accogliendo la religiosa [161r] famiglia presso all’Hospedale per godere piú da vicino e piú spesso de’ loro spirituali ammaestramenti. Presero adunque a pigione in quella vicinanza una piccola casa, la quale, percioché vicinissima era alla chiesa del medesimo Hospedale, chiamata la Madonna del Popolo, fu nel vero opportunissima e quivi incominciarono subitamente que’ padri a cantar i divini uffici e ascoltar le sacre confessioni, con singolar allegrezza di quelle matrone, le quali facendosi tuttavia piú domestiche e sentendosi sempre piú da’ loro fruttuosi ammonimenti infiammare alla perfettione, vedeansi parimente con maggiore ampiezza e liberalità sovvenire a’ bisogni loro.

Fu incontanente significata da’ padri a Giovanni Pietro Carafa la cagione d’abbandonar la prima stanza e trasferirsi altrove, e la carità delle due nobilissime hospiti, il quale approvando la valorosa risolutione presa per conservar l’istituto e la povertà, comen<dan>do sommamente la prontezza e l’humanità delle due matrone, le quali in quel medesimo tempo scrissero al Carafa e significarongli in particolare il comune desiderio che s’havea in Napoli della sua persona, rassicurando ch’egli sarebbe stato non che a loro solamente, ma a quanti erano già al nome theatino e all’Ordine affettionati, d’incomparabile frutto e consolatione. Et egli presa l’occasione, affine che le gratie crescessero maggiormente col ricordarle e confessarle, scrisse all’una e all’altra lettere piene di gratitudine, riconoscendo con divotissimo animo la pietà usata co’ padri. Trasporteremo solamente qui quella che fu scritta a Maria Lorenza. Percioché, essendo amendue dell’istesso argomento, basterà l’una di loro perché intenda il lettore la virtú di quelle illustri matrone e la stima che facevano della nostra religione. Scrisse adunque il Carafa in questa forma.

“Le lettere vostre, signore, sarebbero state di gran lunga bastanti per farmi muovere di Vinegia e venirmene costà per ubbidire alla divina bontà e volontà significatami per mezzo vostro. Ma perché questo per hora non è stato possibile, habiamo differito fino a settembre, osservando fra tanto se piacerà al Signore di concedermi forza e vigore da potermici trasferire. E di questa mia volontà potretene essere certa non solamente per rispetto dell’amor della patria, ma ancora perché è vostro desiderio, che ci fu stimolo efficace quando ne fummo richiesti dal magistrato di cotesta città di mandare Gaetano e Giovanni, quali fin da principio, senza fare alcun capitale di parenti né d’altri, furono raccomandati alla vostra protettione. [161v] Laonde ben potrete da questo conoscere quale affetto vi portiamo e quanto gran fiducia habbiamo nella vostra pietà, sentendoci cosí ispirare dal Signore. Conobbi io subitamente per pruova che non habbiamo mal collocate le nostre speranze, perché riceveste i nostri fratelli, non come huomini mandati da huomini, ma come angeli dal cielo mandati da Dio; e seguitate tuttavia a beneficargli con somma liberalità, eccedente il nostro merito e la nostra opinione, di maniera che non potendo voi della prontezza della mia volontà, cosí in questa come in qualunque altra cosa che sia di vostro piacere dubitare, resta che con le vostre continue orationi ci impetriate lume da poter conoscere et eseguire la divina volontà. Finalmente insieme co’ cotesti padri che sono in Napoli, che dalla vostra medesima carità vi sono bastevolmente raccomandati, e con questi che sono qui meco, con una concorde volontà nel Signore, v’accettiamo, come efficacemente domandate, per nostra venerabile sorella e madre. In Vinegia, di 13 di maggio 1534”[65].

Cosí scrisse a Maria Longa il Carafa, il quale con queste ultime parole l’ammette alla partecipatione e comunanza della nostra religione e delle virtuose operationi che in essa si fanno; sí come fa altresí con la duchessa di Termoli nelle lettere che le scrisse nel medesimo giorno, in cui dopo d’haverle rese le convenevoli gratie della benevolenza ch’usava co’ nostri fratelli e significatole che sí fatte dimostrationi di carità nell’estremo giudicio poste in giusta lance, saranno secondo il lor merito ricompensate non altrimenti che s’egli ancora volesse rimunerarnela con la comunicatione de’ beni spirituali dell’Ordine, cosí le scrisse: “Che voi dimandiate d’essere fatta partecipe della nostra povertà, confessiamo che questo vi tocca per molti titoli. Laonde, sicome habbiamo fatto con la nostra riguardevole madre e sorella Maria Lorenza, annoverando ancora voi fra le serve e servi del Signore, vi riceviamo per nostra venerabile sorella e madre, sperando firmissimamente che ’l vostro nome sarà parimente scritto nell’eterno libro della vita” […].

[162v] Ritorniamo hora al nuovo hospitio de’ padri. Erano quelle case, sí come pur hora dicevamo, vicino all’Hospedale degl’Incurabili, in quel sito appunto ov’è hoggi il monastero delle Pentite, rimpette alle monache di Santa Patricia e non lungi dalla chiesa della Madonna del Popolo, che sopra nominammo, dove oltre alla diligenza e esquisitezza con cui attendevano al ministero dell’altare e all’ammaestramento de’ prossimi con l’esempio e con la viva voce, fu la lor presenza di non piccolo giovamento a que’ sacerdoti, ch’erano destinati al servigio di quella chiesa. Impercioché vedendo essi nell’estrema sembianza di que’ religiosi una incredibile modestia, congiunta con una singolar gravità e religione degli esercizi delle cose sacre, e ammirando sopra tutto il continuo e ardente studio dell’oratione e la sete c’havevano della salute de’ prossimi, e la lor mente sollevata e maggiore di qualunque cosa mortale, e la candidezza dell’animo che nella fronte medesima e in tutto l’aspetto lor tralucea, per la forza c’hanno gli esempi d’essa virtú si sentirono subitamente infiammare al bene e virtuosamente vivere; e mettendosi loro davanti lo specchio de’ loro costumi, incominciarono ad imitargli. Laonde in poco spatio si vide in quel clero sí riguardevole forma di vita che parve incontanente in quella chiesa il divin culto, e i loro costumi egualmente fiorire; e alquanti di loro, non contenti d’imitargli nella virtú e negli studi della perfettione, vollero etiandio rassomigliargli nell’habito, ravvicinandosi il piú che potessero al semplice e modestissimo uso delle lor vesti […].

[163r] Intanto percioché la mentovata stanza de’ padri era veramente angusta e poco comoda per le cotidiane osservanze della religione, ma Maria Lorenza, che non haveva angusto il petto né la carità, procacciò loro piú convenevole sito e piú largo; ma con questa mira, che et havessero eglino luogo piú proportionato alla lor disciplina, né perdesse ella la lor vicinanza e ’l profitto che ne traeva. Laonde guardando quella medesima contrada, le corsero incontanente all’occhio alcune case quasi contigue, che stimandole e per lo stile e per l’ampiezza loro piú opportune, l’hebbe subitamente del suo comperate; e colà, senza punto induggiare, trasferironsi i padri l’ultimo di luglio di quell’anno trentaquattro.

Fu il luogo agiustato e compartito all’uso religioso, e vi si mise primieramente in ordine una piccola chiesa, la quale percioché fu disegnata nello sito medesimo della stalla, fu chiamata Santa Maria della Stalletta; e fu per avventura del sito e del nome principale autore Gaetano, come quegli che fu divotissimo oltre modo de’ natali di Christo et hebbe sempre dinanzi a gli occhi della mente per una fresca e affettuosa memoria l’avventuroso presepio e la stalla ch’accolsero l’infantia del Redentore. Questo albergo, quantunque potesse all’hora parere che fosse destinato al nostro istituto, apparecchiavasi nondimeno tacitamente e senza che i nostri vi pensassero ad alcune sacre vergini, le quali, come piú innanzi diremo, con la buona direttione di Gaetano e di Giovanni Marionò, facendo all’altre capo l’istessa Maria Longa, volle il Signore c’havessero il lor monastero in questo luogo, e quivi come diligentissime sentinelle vegliassero in continue orationi alla guardia di Napoli […].

[164v] Questi atti d’eccellente virtú che facea Gaetano, aumentando l’opinione, accendevano ne petti de’ popoli maggior riverenza e affetto verso lui. E già a quella piccola chiesa, c’havea posta in ordine, concorrea molta gente, tratta etiandio dalla diligenza del culto divino e de’ semplici e schietti ornamenti dell’altare, che spiravano divotioni. Avvanzavano gli altri di longa mano Maria d’Ayerba e Maria Lorenza, le quali havendo ben conosciuto le parti singolari di Gaetano e di Giovanni Marionò e la pratica del governo dell’anime e i modi che teneano nell’istillare i sensi del divino amore, haveano poste in man loro le redini della proprie coscienze e tutto ’l maneggio di se medesime e delle cose loro. Et eglino, essendosi parimente accorti della lor facile e pieghevole natura, capace di qualunque virtú, si studiavano d’ammaestrarle e di spronarle sempre piú alla cariera della perfettione; e percioché per una ardentissima pietà pareano nate ad imprese non ordinarie, incominciarono ad infonder loro pensieri piú alti.

E per quanto tocca a Maria Lorenza, avvenga che in quell’Hospedale degl’Incurabili attendesse ella egregiamente allo studio della virtú e tutti comendassero in lei un singolar disprezzo del mondo e di se stessa, e ammirasse<ro> la santità di sua vita, pure vedendo Gaetano ch’ella s’avvanzava ogni dí con lo spirito in ogni grado di perfettione, proposele un’opera del tutto perfettionata e pari alla genesorità della sua mente; forse perch’egli con una lodevole emulatione gareggiasse con Giovanni Pietro Carafa, e Maria Lorenza con Maria Carafa. Havea Giovanni Pietro animata la sorella a ristorar fra le monache l’istituto [165r] di San Domenico e fondare un monastero dove quella primiera e stretta regola s’osservasse: il consiglio havea havuto felicissima riuscita e già fiorivano in Napoli in grande opinione d’osservanza e di bontà queste religiosissime domenicane, come divisammo. Hora con sí lodevole esempio avvisò Gaetano che sarebbe stata cosa egualmente fruttuosa se, sí come fra le vergini s’era rinovata la rigorosa disciplina di san Domenico, cosí medesimamente si mettesse in pie’ quella di san Francesco, e fussevi un’altra donna che con pari ardore di spirito la fondasse.

Per la qual cosa scorgendo egli Maria Lorenza, e per l’età matura, e per l’innocenza della vita, e per una pronta e vivacissima volontà acconcia a sí fatte risolutioni, incominciò con ardenti e vive esortazioni a persuaderle la grave impresa. A questi stimoli vi s’aggiungesse la voce e ’l consiglio del cielo, impercioché ardendo lei d’una troppo fervida divotione e stimando tuttavia all’ampiezza di suo petto la patria, erale caduto nell’animo di passar oltre mare e, visitando la Palestina, adorar di presenza quelle sacre memorie della nostra redentione per godere di quelle consolationi che si sogliono trarre da que’ luoghi venerandi, nobilitati e consecrati dalle vestigia e da’ divini esempi del Salvadore [sic].

Questo pensiero, ch’era per se stesso malagevolissimo, procacciò ella, prima di metterlo in opera, di comunicarlo con Dio; e messasi in oratione, mentre efficacemente dimanda s’egli era sua volontà, parvegli d’udire una voce che le dicea, che ben gli era in grado quella sacra peregrinatione di Gierusalemme e ’l venerare quelle pretiose antichità bagnate del sangue del Redentore, ma che piú grato gli sarebbe stato s’ella havesse consecrato un monastero di vergini al patrocinio e al nome di Santa Maria in Gierusalemme. Dal che comprehendendo ella manifestamente che Gaetano, che a questo etiandio l’esortava, mosso da divino spirito e non da sé parlava, cangiando pensiero, piegò subitamente l’animo a quello generoso pensiero e degna opra; e in piccolo spatio hebbe disegnato e messo in assetto per all’hora un luogo allato al cortile dell’Hospedale che governava; dove, havutane con un breve spetiale del pontefice Paolo terzo facoltà, fondò quel monastero e con un perfetto abbandonamento del mondo consecrossi a quell’istituto del serafico san Francesco e di santa Chiara l’anno di quel secolo trentesimo quinto, seguitandola a quella impresa una elettissima schiera di vergini. Impercioché in quel medesimo giorno ben dicianove donzelle, tutte per sangue e per virtú nobilissime, abbracciando la croce e l’istessa regola, trionfarono del mondo.

Rallegrossene sommamente Gaetano, riconoscendo il frutto delle sue orationi e ammonimenti, e indovinando con l’animo da sí nobili principi gran progressi, come quegli che gli parea d’haver partorito con lo spirito la nuova famiglia, amavala senza fine. Laonde finché la religiosa osservanza gittasse ferme radici e pigliasse col tempo e con l’uso vigore, convennegli d’attendere al lor governo; e non che egli regolava la lor coscienza, ma Giovanni Marionò e altri altresí de nostri padri vi s’impiegavano con ogni studio, amministrando i sacramenti e facendo loro spesso sermoni, sí come se ne conserva ancora memoria fra quelle madri.

Durò questa cura de’ nostri dall’anno trentesimo quinto in cui fu fondato il medesimo monastero, finché il pontefice Paolo terzo il die’ in governo de’ padri cappuccini, de’ quali furono elleno parimente dette le cappuccine. Né l’affetto e la carità verso quelle religiosissime vergini si restrinse ne padri di Napoli solamente, ma per la correspondenza e unione degli animi, che suol essere nella regolari comunanze, si diffuse etiandio ne’ padri di Vinegia, che informati de’ lor candidissimi costumi, pari osservanza portarono a quel nobile monastero. E ’l Carafa in particolare, il quale, e per la carità usata co’ nostri, e per la sua eccellente virtú havea in pregio Maria Lorenza, sí come hebbe a cuore la fondatione di quella regola, cosí de’ suoi avvanzamenti fu sommamente sollecito; e crescendogli l’affetto, creato ch’egli fu cardinale, ottenne dal pontefice Paolo terzo un oracolo vivae vocis, per cui si concedea loro l’elettione del confessore e altre gratie toccanti al ben comune, in quella maniera appunto c’havea ottenuto al monastero della Sapienza.

Le lettere in forma di breve, con che significò egli a quelle madri le gratie del pontefice, si conserva appo noi, e per dimostrare la paterna cura c’hebbero i nostri in quel monastero, giovami di registrarle cosí come furono scritte. “Ioannes Petrus Carafa, miseratione divina tituli S. Sixti, Sanctae Romanae Ecclesiae praesbyter cardinalis. Venerabilibus et religiosis Mariae Longae, modernae et pro tempore existenti abbarissae, necnon monialibus […] [166r] […] pontificatus eiusdem sanctissimi domini nostri domini Pauli divina providentia papae tertii anno quarto”.

Hora con questa assistenza e ammaestramenti di Gaetano, e con l’esempio di Maria Longa, con quale accrescimento di virtú e di regolar disciplina fiorissero poi le monache cappuccine, con quale asprezza di vita e di costumi, con che passi osservando la primiera e rigida regola di santa Chiara caminino hora alla perfettione, appena può l’animo e la maraviglia comprenderlo, non che [166v] esprimerlo la penna. Lontane da qualunque pratica e ricordanza terrena, essendo dell’attioni loro testimonio il cielo, vivono una vita piú angelica che humana, per modo che quantunque si veggano in Napoli molti exemplarissimi e osservantissimi monasteri, niuno va che possa aguagliare la povertà, il rigore, la santità delle cappuccine. Gravano anzi che vestono d’una grossa e rozza lana il corpo, sbandeggiato affatto l’uso de’ panni lini, e avvolte in queste medesime tuniche dormono i lor sonni in un letto egualmente morbido, cioè in una tavola stesavi su per delicatezza, e per delitia una vile coperta; e questi sonni cosí agiati sono altresí rotti innanzi tempo dal matutino, che cantano a mezza notte. Vanno scalze e servonsi de’ sandali a foggia de’ cappuccini. Hanno perpetui digiuni, fuori solamente le domeniche; usano di mangiare uova e latticini, non mai carne se l’infermità non le costringa. Bevono acqua, il vino si concede solamente all’inferme. Due volte la settimana si cibano del pane degli angeli, tre volte si fanno la disciplina. Non s’accosta loro né medico, né chirurgo, se non quando il male è pericoloso. Quando il bisogno lo ricerchi, cacciano fuori d’un fenestrino il braccio, e sí si tocca loro il polso o si cava sangue. Rade volte parlano co’ secolari, e sempre col volto coperto. E queste sono le comune leggi e osservanze del monastero. La privata virtú poi, e le maniere di rigore e di penitenza, ch’alcune di loro usano, rendono quel luogo veramente ammirabile. E quel che grandemente accresce la maraviglia è che l’asprezza dell’istituto, che dovrebbe sgomentare le giovani nobili e delicate, sí fattamente le alletti, che spontaneamente procacciano e a gara d’esservi ammesse. Impercioché essendo in quel monastero determinato il numero delle monache, come vaca il luogo, moltissime donzelle per lo piú di nobili famiglie s’affaticono con santa ambitione di succedere in questa rigorosa disciplina.

Ma di Maria Lorenza Longa, che concepí e introdusse con tanto studio l’antica e stretta regola di santa Chiara e dielle col suo generoso esempio perfettissima forma, convenevole cosa è che ne divisiamo alcuna cosa partitamente. Che bene è ragione che quella virtú, che fu dagli ammaestramenti del nostro beato padre Gaetano sommamente perfettionata e stimolata a’ grandi imprese, sia registrata nelle [167r] historie, ricercando etiandio la nostra comune obligatione che si conservi e sia per mezzo delle nostre scritture mandata alla posterità la memoria di colei che con tanto affetto e beneficenza sovvenne in Napoli la povertà della nostra forestiera religione.

Nacque adunque ella di nobilissima famiglia nel Principato di Catalogna e fu poi congiunta in matrimonio con Giovanni Longo, di pari nobiltà, dottissimo huomo negli studi delle leggi e di gran senno, per cui hebbe honoratissimo luogo nella gratia di Ferdinando re cattolico e fu da lui posto in Napoli nel supremo Consiglio, ch’addimandano Collaterale. Fu Maria Lorenza mossa a menar vita spirituale da una gravissima afflittione, che le convenne portare, e da un notabile miracolo che racconta Horatio Torsellino nell’historia ch’egli scrisse della Santa Casa di Loreto. Avvenne ch’una serva di questa nobile matrona, vinta da una tentatione fiera, die’ da bere alla padrona il veleno, il quale avvenga che potentissimo fosse, pure sí fattamente per divina volontà risparmiò le sue forze che ben le lasciò la vita, ma restò il corpo per tal modo abbattuto e indebolito, che perduto affatto l’uso delle membra non havea piú vigore né moto. Con l’humana industria parea che piú il male incrudelisse. Laonde deliberò di ricorrere al divino aiuto; e come quella ch’era sommamente divota alla Vergine di Loreto, e sapea altresí che in sí fatti morbi spetialmente solea ella mostrare la sua maravigliosa virtú, piena di buona speranza si mise per quella volta in camino. Pervenne nella Santa Casa in tempo ch’era posto fine alle messe, e non essendovi chi celebrasse, comparve all’improviso un sacerdote che salito su l’altare incominciò il sacrificio in una strana maniera; e fornito che l’hebbe, disse apertamente a’ circostanti: “Già Maria Lorenza è sana; rendete le convenevoli gratie al Signore”. Incominciò subitamente l’inferma a tremar forte, e poco stante sentissi maravigliosamente rinvigorire e infondere nelle membra una improvisa virtú, ritornandole le pristine forze e ’l colore; e come si vide affatto sana, gittatasi bocconi avanti quell’altare, ne rese gratie immortali a Dio e alla sua purissima Madre. Il sacerdote che celebrò la messa, dileguandosi incontanente, mai piú non si vide, e si sparse fama che è forse stato qualche santo [167v] del cielo o ’l medesimo Redentore, ch’è insieme vittima e sacerdote. Con la ricuperata salute acquistò Maria Longa uno ardentissimo amore verso la Vergine Madre, e ritornata a casa, affine che la memoria del ricevuto beneficio non invecchiasse, la nodriva con una indicibile pietà e divotione d’animo, e spetialmente intentissima si vide alla carità de’ prossimi e degl’infermi, per modo che morto quindi a poco il marito, incominciò ad impegniare a beneficio loro nonche le forze e ’l vigore c’havea racquistato, ma le facoltà parimente e tutto il suo havere.

Hettore Vernaccia, huomo per pietà celebratissimo, il quale, come addietro significammo, insieme col nostro vescovo theatino fondò l’Hospedale degl’Incurabili di Roma, questa medesima lodevolissima opera istituí poscia in Napoli con ottima riuscita e molta sua comendatione. Impercioché havutane a richiesta de’ napoletani dal pontefice Leon decimo facoltà, in poco spatio di tempo hebbe in un comodo sito disegnato e fabricato il luogo, il quale procacciatevi con publiche e private limosine le necessarie masseritie e apparecchiati i letti distintamente per gli huomini e per le donne, s’aprí solennemente il primo giorno di maggio dell’anno diciottesimo di quel secolo, trasportandovisi fra gli applausi de’ popoli e con singolar pietà gl’infermi dell’antico e angusto hospedale di San Nicolò a questo nuovo e amplissimo degl’Incurabili.

Hora Maria Lorenza, che s’era disposta d’impiegar tutta se stessa e le sue sostanze in pro de’ poveri, vedendosi aperto cosí convenevole teatro, non tardò punto ad entrarvi; e vestita dell’habito del Terzo Ordine di san Francesco, non volle altra stanza che quella, mettendo in non cale la conditione della sua persona e del sesso, e lasciando ogni altro pensiero delle cose mondane. Prese ella la cura del luogo e incominciolla ad esercitare con grandezza d’animo incomparabile, né a spese risparmiando, né a fatica. Piú s’era in grado il fare che ’l comandare; non isdegnava di por le mani alle vilissime e bassissime facende; l’occupatione, per gravi che fossero, mai non si videro stancarla o indebolirla. Oltre l’hore della notte, ch’ella havea destinate ad un brieve riposo e alle sue lunghissime orationi, in qualunque hora del giorno che si fosse chi che sia abbattuto nell’hospedale, havrebbe veduta la nobil donna o apparecchiar le vivande a gl’infermi, o rifar loro i letti, o medicare, o nettar di sua mano le piaghe, o lavare, o scopare; che nel vero dilettevolisismo spettacolo era il vederla tra quelle abiette e vili [168r] bisogne, non perder mai il suo grado, né mostrarsi vinta, né stanca dalle fatiche; né d’altro si parlava fra la nobiltà napoletana che delle virtú di Maria Longa e della sua santissima vita.

Questa carità ch’ella esercitava con le miserabili persone, sí come le venne acquistando una comune opinione e fama di bontà, cosí fu dalla divina provvidenza con piú maraviglie illustrata. Era una volta, o per la scarsezza de’ tempi, o per negligenza de’ ministri, mancato nell’hospedale il pane; e avvisandosi l’hora del pranzo, stava la buona matrona in gran sollecitudine per l’incomodo degl’infermi, massimamente che non vedea dove potesse in quel subito bisogno ricorrere; quando all’impensata comparvero alla porta due giumenti carichi di bianchissimo pane, e non vedendosi alcuno che li guidasse, né sapendosi tuttavia chi gli havesse mandati, s’hebbe per costante c’havesse aperta la sua mano e la sua dispensa il cielo per sovvenire a quelle necessità. Piú certo è ch’avvenisse per le preghiere di Maria Lorenza […].

Nel tempo che la città di Napoli e tutta l’Italia fu travagliata fieramente da quella fame, ch’altrove mentovammo, l’Hospedale degl’Incurabili, numeroso per molti infermi, sentí grandemente la caristia. Si truovò una volta spetialmente in gran strettezza di pane, sí che parve all’afflittissima donna d’essere abbandonata da ogni humana speranza. Laonde come quella che sapeva la maniera da tenere in somiglianti accidenti, ricorse con la viva fede all’oratione, e mentre piú con le lagrima che con la voce pregava il Signore, sentí dalla vicina strada chiamarsi con altissima strida. Va ella a quella volta, e guardando, restò da nuovo e piú grave rammarico trafitta. Impercioché tredici poveri morti della fame e che appena si rigevano in pie’ addimandavano con maniera troppo compassionevole limosina. Incominciò ella primieramente a scusare la strema penuria in cui si trovavano anco gl’infermi, ma poi mossa da un interno stimolo, se n’andò in dispensa per iscopare e scuotere diligentemente l’armario, ove soleva conservarsi il pane, e vedere di raccorre tanti minuzzoli che potessero in qualche parte ristorare quegli affamati. Maravigliosa cosa nel vero, ritruovò quell’arca piena d’ottimo pane e cosí fresco come s’all’hora appunto l’havesse portato a casa il fornaio; e lodando senza fine la divina bontà, provvede opportunamente alla domestica fame e alla straniera; con la giunta d’un’altra [168v] maraviglia. Impercioché da quella quantità di pane presone all’hora quanto ne facea bisogno, il rimanente con grandissimo stupore sparí, portato via da gli angeli medesimi, che per sovvenire a quella presente necessità l’haveano a tempo recato.

Né di questa cosí amorevole e sollecita cura c’hebbe de gl’infermi se ne spogliò ella morendo, percioché sí come nel medesimo Hospedale degl’Incurabili è per antica fama notissimo, molti dopo la sua morte la videro con un gravissimo e sopra ogni humana cosa bellissimo aspetto scorrere di mano in mano per que’ letti degl’ammalati e partendo loro di sua mano alcuni rinfreschi di succaro confortargli cortesemente et animargli alla tolleranza de’ loro mali.

Con queste e simiglianti maraviglie volle il Signore illustrare l’ardentissima carità di Maria Lorenza, la quale sí come havea diligente cura de’ corpi, cosí all’interessi dell’anime parimente, ma con molto maggiore studio, attendeva. E quel che piú d’ogni altra cosa lacerava il petto della piissima donna, era il publico mercato delle femine del mondo, le quali perduto il rossor della vergogna col grido della lor medesima infamia espongono a vil prezzo la pudicitia. Per la qual cosa imitando la luce, che illustra le sozzure e non teme di restarne macchiata, soleva bene spesso condursi a quelle impurissime officine della dishonestà per comperar l’anime da coloro che vendevano i corpi. E veramente usava ella tanta affabilità e cosí bella maniera nell’esortare, che mai la sua carità e quelle efficaci ammonitioni non s’adoperarono senza frutto, riducendone molte alla buona strada, le quali poi con le sue e con l’altrui sovventioni collocava honestamente in matrimonio, o mutato co’ costumi l’habito, applicavale al ministero dell’inferme. Quelle che troppo immerse nel proprio fango non si lasciavano dalle sue parole persuadere, pregavale almeno che per riverenza del sangue sparso dal Redentore s’astenessero il venerdí dal peccare; e affine che non ne sentissero il danno, risarciva loro del suo il vituperoso guadagno, ch’in quel giorno havrebbero fatto con quella infame professione.

Con qual zelo e accuratezza, mentre provvede all’anime possedute e avviluppate dalla colpa, s’ingegnava etiandio di provvedere a quelle che sostenevano acerbissime pene nel fuoco di purgatorio. Ch’ella fu, che primieramente istituí il segno della sera per destar la pietà christiana a pregar per quelle anime miserabili. Il qual uso dall’Hospedale degl’Incurabili passò poi nel resto della città di Napoli e in tutto il Regno, e si sparse etiandio piú ampiamente per la christianità tutta. Laonde non dovrà mai invecchiare la memoria e carità di colei che con sí continua e perfetta oratione fe’ sí che mai non mancasse alcun ristoro a’ tormenti del purgatorio.

[169r] Veniamo hora allo studio della contemplatione, alla quale applicatasi era senza misura, e soleva nel contemplare le cose divine essere di tanto lume privilegiata che, quantunque non havesse ella alcuna tintura di lettere, né vivacità d’ingegno che bastasse a penetrare i sopranaturali misteri, pure tuttavia per la forza d’una velocissima mente spiegava altissimi voli, e colà giungeva bene spesso dove i piú scientiati e dotti huomini non havrebbero potuto con le loro sottili speculationi pervenire.

Testificò piú volte il nostro beato padre Gaetano d’haverla udita in privati ragionamenti discorrere profondamente e spiegare materie e questioni gravissime intorno alla nostra fede; e questo con sí alta eloquenza e con tal peso di sentenze, che ben parea che quella sapienza e que’ profondi sentimenti l’erano stati infusi dal cielo. E tutto ch’egli fosse non mezzanamente versato nelle divine lettere, confessava non di meno con ischiettezza d’havere ben spesso da lei ricevuta non poca luce in alcuni luoghi difficilissimi della Sacra Scrittura. Questo istesso lume, che le comunicava il Signore nell’oratione, rischiarandoli con modo piú spetiale la mente, le facea altresí conoscere le cose future. Spesse erano le visite de’ principali della città, che in molto numero concorrevano per intendere da lei, come da un oracolo, i futuri avvenimenti. Vanno ancora per le bocche di molti alcuni suoi vaticinii. E alla Ayerba duchessa di Termoli, che, come fu significato, amava teneramente, essendo presso al dover morire, le predisse che fra due anni l’havrebbe seguitata, sí come avvenne.

Hebbe medesimamente particolar lume in conoscere gli occulti movimenti e perturbationi dell’anime, e l’interne tentationi del comune avversario; e pronta era a porgervi aiuto, quando altri men vi pensava. Avvenne una volta ch’una delle sue giovani monache, ostinatasi troppo nel suo proponimento, ricusava di fare una domestica facenda che l’havea ordinata. E mentre con esso lei né piacevolezza, né rigore alcuno giovava, furongli aperti gli occhi e vide la causa di sí contumace ripugnanza, cioè un demonio, simile ad un nero etiope, che le stava sulle spalle e mostrava di farne gran festa. Onde a lei volta, dissele incontanente: “Non vedi tu, figliuola, il tuo nemico d’abbominevolissimo aspetto, che ti siede su gli omeri e ne trionfa? Come non ti vergogni da dargli con cotesta perversa ostinatione trattenimento?”. Col qual fulmine percossa l’ostinata giovane, die’ subitamente luogo all’ammonitioni e ubbidí.

Oltre a questo divino lume, hebbe etiantio [sic] la sua oratione, in cui si vide ella spesse volte bagnata di molte lagrime favellare col suo Signore, una incredibile efficacia e forza nell’impetrare. Non pochi esempi ci sarebbero da raccontare, che per non recar tedio tralasceremo, potendosi tuttavia leggere in quegli autori, [169v] c’hanno piú diffusamente racolte le sue attioni […].

Dell’humiltà di Maria Longa e del disprezzo di se stessa non fa bisogno favellarne, e basterebbe riguardarla fra gli esercizi dell’Hospedale, scorrere qua e là e servire con incomparabile sollecitudine in ogni lor necessità gli ammalati. Essendo poi superiora del monastero, stimava sue parti principali riputarsi l’ultima di tutte e ne’ piú bassi uffici di casa prevenir l’altre e far loro con l’esempio la strada. Et era nel vero gran maraviglia ch’ella, nel grado che teneva, sapesse cosí bene accoppiare la gravità e ’l basso sentimento di se medesima, quantunque sí fatto accoppiamento di cose contrarie paresse a chi ben mira suo proprio. Impercioché adoperarsi e spargersi con l’esterne cure a beneficio de prossimi, e nel medesimo tempo star tutta in se stessa raccolta e riposata; versar continue e copiose lagrime da gli occhi e haver sempre la fronte serena per l’allegrezza del cuore che vi tralucea; usar seco medesima tutti i possibili rigori e trattar gli altri in fatti e in parole con la maggior soavità e piacevolezza del mondo, mettere tutte le sue speranze in Dio e addimandar sollecitamente l’humano aiuto per sovvenire l’altrui povertà: erano le sue familiari operationi, e tutto che disparate, occorrevale con mirabile armonia e corrispondenza fra loro.

Ma il suo principale studio e dove metteva piú cura era l’asprezza della vita, per cui pare senza alcun fallo che si possa con le piú sante e celebri donne degli andati secoli paragonare. Imperoché che s’havea posta in cuore la perfetta vittoria di se stessa, incominciò fin da principi di sua buona vita a far daddovero guerra al corpo e a’ sensi, e giunse a tale siffatto desiderio di domare il proprio appetito e la carne e sottometterla alla virtú, che non temé punto d’abbracciar la primiera e rigida regola di santa Chiara, con la cui osservanza non so se si possa piú severamente gastigar il corpo, Avvenga che per havere piú sicura vittoria, non si contentava ella de’ rigori di quell’istituto, ma aggiongeva coraggiosamente altre macerationi, con le quali mortificando piú del dovere la sua persona, cadde da capo in quella istessa infermità, la quale venti anni addietro l’haveva fieramente travagliata, e come fu detto n’era stata guarita dalla poderosa mano della Vergine di Loreto.

Nel sofferirla, oltre l’esempio d’una singolare tolleranza, insegnò parimente a non rallentar l’osservanza della regola, né pure tra le fatiche e fra le gravi indispositioni del corpo, studiandosi di sostenere con eguale spirito l’asprezza della sua disciplina e gl’incomodi della malattia, ornando scambievolmente con le palme dell’una i trofei dell’altra. Hora da sí continue afflittioni combattuta Maria [170r] Lorenza, bisognò finalmente che ’l corpo estenuato e vinto cedesse; il che parve che le fosse rivelato dal cielo, percioché stando una volta in oratione, ch’era l’unico refrigerio e sollevamento de’ suoi mali, si mise in cosí profonda contemplatione, che immantinente fu abbandonata de’ sensi. Le madri che stavano attorno, facendosi a credere che fosse stata soprappresa da un cotale deliquio di natura, incominciaronla a chiamare e a darle qualche tormento per farla ritornare a gli uffici della vita. Finalmente, e dolendosi con esso loro: “Com’è stata importuna – disse – cotesta vostra carità, figliuole; m’havete richiamata da un dilettevolissimo spettacolo; certo che né piú chare, né piú pure delitie potea l’animo godere. Andrò di nuovo a vedere”. E dimandando una di quelle madri a lei carissima che cosa havesse veduta, “Basta – rispose – basta!”.

E subitamente, quasi che fra quelle consolationi c’havea all’hora sentite fosse stata la novella della vicina morte, incominciò a riordinar con diligenza le cose del monastero; di poi, rinuntiando e ponendo giú la carica, per la facoltà che n’havea havuto dal pontefice, elesse un’altra superiora, piangendo intanto dirottamente quella religiosa famiglia e dolendosi della perdita che faceano di cosí santa e amorevole madre; la quale, sentendosi tuttavia avvicinare al suo fine, rivolta alle sorelle, con un gravissimo parlare raccomandò loro lo studio dell’oratione, la scambievole carità e l’intera osservanza dell’istituto. Predisse all’hora medesimamente al padre fra Francesco Liardo[66], ch’era il suo confessore, le gravi calamità che sovrastavano alla città di Napoli, e poco dopo avvennero. Furono alla sua morte presenti, come col testimonio delle piú attempate e antiche madri di quel monastero racconta il nostro padre Valerio Pagano, i nostri beati padri Gaetano e Giovanni Marionò, da’ quali ella riconosceva i principi e avvanzamenti del suo spirito; e in quel forte punto, molto le accrebbero di consolatione e di vigore, conoscendo essi tenuti di dovere in quel tempo massimamente che piú facea bisogno de’ loro spirituali avvertimenti e orationi, assistere a quella venerabile madre, c’havea già con tanta tenerezza accolta nel seno della sua liberalissima carità il nostro Ordine.

Adunque dopo molti atti generosi di virtú, tenendo in mano un crocefisso, a cui con vivacissima divotione si raccomandava, salutate con un pietoso affetto le sorelle, proferí quelle ultime parole: “Ecce sponsus venit”, e subitamente mandò la purissima anima al cielo. Sparsa che fu la fama della morte e della santità, vi concorsero infiniti huomini d’ogni grado e celebraronsi solenni esequie. Coloro c’hebbero in sorte di bacciargli i piedi, affermarono con somma fede d’havervi sentito un soavissimo odore. Maria d’Ayerba, ch’era stata sempre presente alla moribonda e havea udito il vaticinio della sua vicina morte, come [170v] significammo, fe’ fare il sepolcro piú dell’usato grande e ampio, affine che, dovendo in brieve fenire la sua vita, si potesse accanto all’amantissima sorella sepellire, e non si separassero dopo morte le ceneri e l’ossa loro, mentre erano in tanta dimestichezza e sí congiunte vissute.

 


 

[1] Non è il caso di riportare dettagliatamente le citazioni bio-bibliografiche riguardanti la fondatrice delle cappuccine, né le fonti e e i numerosi saggi e studi relativi all’ospedale napoletano degli Incurabili con il ruolo fondamentale esercitato da Maria Lorenza Longo per la sua fondazione e il primitivo sviluppo. Si può fare riferimento a due studi recenti, entrambi storicamente validissimi e criticamente sicuri, oltre che ricchi di segnalazioni archivistiche e rimandi bibliografici. Si tratta di Giuliana Boccadamo, Maria Longo, l’ospedale degli Incurabili e la sua “Insula”, in Campania Sacra 30 (1999) 37-170, e Alda de Luzenberger, “Un tantillo di fede!”. L’opera di Maria Longo fra impegno laico e vita consacrata, ivi 171-210. Conservano comunque la loro validità storica anche altri studi, tra i quali si segnalano: Edoardo d’Alençon, La venerabile Serva di Dio Maria Lorenza Longo. Cenno biografico inedito, Napoli-Roma 1896; Agostino Falanga, La Venerabile Maria Lorenza Longo Fondatrice dell’Ospedale “Incurabili” e delle Monache Cappuccine in Napoli 1463-1542, Napoli 31991; Francesco Saverio Toppi, Maria Lorenza Longo donna della Napoli del ’500 (Tau. Collana di testi e ricerche di francescanesimo, 2), Pompei 1997; Lázaro Iriarte, Le cappuccine: passato e presente, Roma 1997, spec. cap. II: Maria Lorenza Llonc: una donna convertita all’amore, 21-30.

[2] Per una prima informazione sui cappuccini cf. Melchiorre da Pobladura, Cappuccini, in Dizionario degli Istituti di Perfezione, vol. II, Roma 1975, 205-251; Mariano D’Alatri, I Cappuccini. Storia d’una famiglia francescana, Roma 1994.

[3] Per una succinta storia dei teatini si può fare riferimento a Francesco Andreu, Chierici regolari teatini, in Dizionario degli Istituti di Perfezione II, 978-999. A p. 980 si afferma che nella loro casa sul Pincio i teatini accoglievano, tra quanti erano “in cerca di quiete e di ristoro”, anche i due primi cappuccini,i fratelli Ludovico e Raffaele Tenaglia da Fossombrone. Tale affermazione non corrisponde a verità: la prima presenza dei cappuccini a Roma data dal secondo semestre del 1528, mentre è noto che in seguito al sacco di Roma, nel maggio 1527, i teatini aveva lasciato la città per stabilirsi a Venezia nel giugno seguente. In tale luce va corretto anche quanto viene affermato da Giuliana Boccadamo, Maria Longo, 72.

[4] Cf. M. D’Alatri, I Cappuccini, 18, ove si afferma che nell’ospedale romano degli Incurabili i cappuccini erano “infermieri, , cercatori di elemosine, minisri dei sacramenti” e “fin da quei primi tempi si acquistarono la fiducia e l’amore di prelati, nobiltà e popolo romano”.

[5] A questo riguardo cf. Piero Chiminelli, San Gaetano Thiene, cuore della Riforma cattolica, Vicenza-Roma 1948, 334-340. Su Gaetano Thiene e sulla sua attività a favore degli incurabili a Venezia cf. anche Antonio Veni Ballester, San Cayetano de Thiene patriarca de los clérigos regulares, Barcelona 1950; Vincenzo Cosenza, Io Gaetano, prete. Vita di San Gaetano Thiene tratta dalle sue lettere, Vicenza 1992; Enrico Lucatello, San Gaetano Thiene e gli inizi della Riforma cattolica, Roma 1995 [ristampa]; Cayetano de Thiene (1480-1547). Estudios sobre un reformador religioso, a cura di G. Llompart, Roma 1998.

[6] Sulla data dell’ingresso tra i teatini di Giovanni Marinoni, poi collaboratore del Thiene a Napoli, cf. Napoli, Biblioteca Nazionale, fondo San Martino, cod. 483, f. 2v; cod. 675, c. 11; fondo Manoscritti, cod. XI.A.45, c. 39.

[7] Lo sostiene Mattia da Salò nel secondo volume della sua Historia capuccina (Monumenta Historica Ordinis Minorum Capuccinorum, VI), a cura di Melchiorre da Pobladura, Roma 1950, 262-263: “Essa fu la prima che accettasse i Frati Capuccini in Napoli e col suo favore fece loro havere il luogo di S. Effremo, e fra tanto nell’hospedale degli incurabili li raccolse […]. Essa parimente fu la prima che diè ricetto in Napoli ai Padri Theatini, collocandoli in una casa presso l’hospedale nella quale prima innanzi che si edificasse il monastero habitarono le Monache”.

[8] Su di essi e sulla loro sosta a Napoli cf. V. Criscuolo, Cappuccini e recolletti calabresi, in Ludovico da Fossombrone e l’Ordine dei cappuccini (Bibliotheca seraphico-capuccina, 44), a cura di V. Criscuolo, Roma 1994, 175-226.

[9] Si veda a questo proposito quanto esplicitamente riferisce Gregorio Tolosa da Napoli, Insediamenti cappuccini in Napoli e Terra di Lavoro nel ’500. “Lo registro delle scritture delli siti seu termini et confini deli nostri lochi”, a cura di Pietro Zarrella (Biblioteca Storica Meridianole. Testi e ricerche, 10), Napoli 1999, 58, con in nota citazioni dalle cronache di Davide Romeo e Bonaventura Campagna da Reggio.

[10] Cosí viene comunemente affermato dai primi cronisti cappuccini, rispettivamente Mario Fabiani da Mercato Saraceno (Monumenta Historica Ordinis Minorum Capuccinorum I, Roma 1937, 261), Bernardino Cioli da Colpetrazzo (Monumenta II, Roma 1939, 264; e Paolo Vitelleschi da Foligno (Monumenta VII, Roma 1955, 171 e 324-325: si vedano le rispettive edizioni con le puntuali annotazioni di Melchiorre da Pobladura, che spesso deve sottolineare: “Neapolitani chronographi ad tenebras dissolvendas non valent, nec ad certam originem huius conventus dignoscendam”; e ancora: “Origo historica huius coenobii Neapolitani caligine documentorum obducitur”.

[11] Pierluigi Moriconi, Appendice documentaria, in Collectanea franciscana 76 (2006) 549-551.

[12] Si veda a questo riguardo G. Boccadamo, Maria Longo, 72.

[13] Sono chiare a questo proposito le esplicite affermazioni del cronista Bernardino da Colpetrazzo, secondo il quale era precisa intenzione di Ludovico da Fossombrone “che i frati servissono a leprosi et altri infermi negli spedali”, cosa che veniva esplicitamente raccomandata e puntualmente messa in pratica soprattutto a Roma, a Napoli e a Genova: cf. Ratio vivendi fratrum (Monumenta Historica Ordinis Minorum Capuccinorum, IV), a cura di Melchiorre da Pobladura, Roma 1941, 122 e 195.

[14] Cf. P. Chiminelli, San Gaetano Thiene, 562. Per i testi delle lettere del Carafa alla Longo e alla Ajerbo, datate Venezia 13 maggio 1534, oltre alla cronaca di Giuseppe Silos piú sotto riportata, si veda Napoli, Biblioteca Nazionale, fondo Manoscritti, cod. XIII.AA.74, n. 42 e 43.

[15] Relazione del P. D. Giovanni Antonio Prato, in Regnum Dei 1 (1945) 128.

[16] Napoli, Archivio di Stato, Corporazioni religiose soppresse, vol. 1135, f. 1r.

[17] Napoli, Biblioteca Nazionale, fondo San Martino, cod. 483, f. 4v: “Die 12 octobris 1533. Missi fuerunt Neapolim a congregatione sex fratres ad habitandum, videlicet donnus Marcus, donnus Petrus, donnus Michael, donnus Laurentius, Hieronymus et Andreas, omnes supradicti quo missi fuerant anno praecedente donnus Gaietanus electus in praepositum Neapoli praedictorum fratrum et donnus Ioannes socius supradicti, et ingressi sunt domum Sanctae Mariae della Misericordia, ubi erant praedicti donnus Gaietanus et donnus Ioannes”. Si tratta dei seguenti confratelli: don Pietro Foscarini, veronese, professo in Santa Maria della Misericordia (Napoli) il 15 febbraio 1534; don Marco Pasqualino, veneto, professo in Sant’Eufemia (Venezia) il 16 giugno 1527; don Michele Mazzalorsa, di Monopoli, professo in Santa Maria della Stalletta (Napoli) il 2 febbraio 1535; don Lorenzo De Laurenzi, di Napoli, professo in Santa Maria della Stalletta (Napoli) il 2 febbraio 1535; il chierico Girolamo Consiglieri, romano, professo in Sant’Eufemia (Venezia) il 16 giugno 1527; e il chierico Andrea Verso, romano, professo in Sant’Eufemia (Venezia) il 16 giugno 1527. Al riguardo cf. anche Napoli, Biblioteca Nazionale, fondo San Martino, cod. 564, f. 23v.

[18] Su di lui cf. P. Chiminelli, San Gaetano Thiene, 477 e 574.

[19] Il Chiminelli, ivi, 573-574, afferma che ad emettere la professione, oltre a Pietro Foscarini, furono anche don Michele Mazzalorsa e don Lorenzo De Laurenzi. Per la verità il diario ufficiale della Congregazione dei Chierici Regolari parla della professione religiosa del solo Pietro Foscarini da Verona: cf. Napoli, Biblioteca Nazionale, fondo San Martino, cod. 483, f. 4v: “Die 15 februarii 1534. Donnus Petrus Veronensis supradictus fecit professionem publice in ecclesia Sanctae Mariae della Misericordia, praeposito tunc temporis donno Gaietano praedicto missam celebrante”.

[20] L’originale in latino della lettera del Carafa si trova riportata in Pio Paschini, S. Gaetano, Gian Pietro Carafa e le origini dei Chierici Regolari Teatini, Roma 1926, 188, mentre il testo viene cosí riportato in italiano da P. Chiminelli, San Gaetano Thiene, 573.

[21] Cf. P. Chiminelli, San Gaetano Thiene, 574-576. Cosí riferisce il fatto Don Giovanni Antonio Prato: “Vedendo poi esso conte che i padri non erano veduti con buon viso in Napoli, perché non piaceva questa novità di vivere, anzi che erano perseguitati, entrò in dubbio, che con lunghezza di tempo i padri senza entrata ferma non potessero mantenersi, onde offerse al p. d. Gaetano una rendita sicura, colla quale li padri potessero sicuramente vivere. Alla qual proposta dopo molte altre parole rispose il p. d. Gaetano, ch’egli non voleva prendere quel d’altri, mentre per seguir Christo havea lasciato il suo, et che voleva vivere nel modo che usavano in Venezia. A cui rispose il conte: Venezia è altra cosa che Napoli. A che replicò il p. d. Gaetano, che credeva che il Dio di Venezia fosse anche Dio di Napoli. Doppo alcuni giorni, perseverando pure il conte nella sua opinione et instando tuttavia che i padri l’abbracciassero, il p. d. Gaetano una mattina chiamò tutti i padri et comandò che prendessero le vesti loro col breviario et lo seguitassero, Cosí racchiusa la casa et la chiesa, mandò le chiavi al conte, cui fece dire ch’egli co’ suoi padri andava a provare se il Dio di Venezia era Dio parimente di Napoli”: Relazione del P. D. Giovanni Antonio Prato, 129.

[22] Napoli, Biblioteca Nazionale, fondo San Martino, cod. 612, f. 1r-v: “Hoc eodem anno patres aegre ferentes habitare in ecclesia Sanctae Mariae de Misericordia, extra Urbis portam sita, quae tunc non ut hodie circumdata domibus ac palatiis, sed in solitudine posita esse videbatur, et ad eam difficilis erat accessus ne dum mulierum sed etiam virorum, adeoque ex dicta ecclesia in domum ipsis oblatam a quadam sanctissima muliere (quae Madamma Longa dicebatur) domicilium transtulerunt; erat autem dicta domus iuxta ecclesiam Sanctae Mariae de Populo, quae nuncupabatur hospitale Incurabilium”.

[23] Napoli, Biblioteca Nazionale, fondo San Martino, cod. 612, f. 2r.

[24] Relazione del P. D. Giovanni Antonio Prato, 129. Il fatto sarà anche ricordato in una testimonianza del padre teatino Sebastiano Battimelli, il quale affermava che il Marinoni “haveva grande affettione all’Hospitale dell’Incurabili, ricordandosi che quello Hospitale havesse havuto principio dalla bona memoria della signora Longa, che fo penitente del nostro padre don Gaietano”: Napoli, Biblioteca Nazionale, fondo Manoscritti, cod. XI. A. 45, c. 30 (C. P. VI, 1762).

[25] Napoli, Biblioteca Nazionale, fondo San Martino, cod. 483, f. 5r: “Die 31 iulii 1534. Praedicti clerici reliquerunt praedictam domum et ingressi sunt aliam domum prope praedictam, ubi manserunt per quatuor ferme annos, in qua fabricato parvo horatorio [sic] caeperunt divina celebrare prima die novembris 1534, ubi nunc fabricatum est monasterium monialium de Ordine Sanctae Clarae de observantia una cum ecclesia Sanctae Mariae dictae de Hierusalem” (C. P. VII, 1788).

[26] La pergamena originale di tale rogito notarile si conserva a Napoli, Archivio delle Cappuccine, Cart. IX, n. 4: il testo è stato recentemente pubblicato integralmente da Giuliana Boccadamo, Maria Longo, 100-108; un apografo del rogito, munito di autentica notarile del notaio Nicodemo de Santis, viene conservato a Napoli, Archivio di Stato, Corporazioni religiose soppresse, vol. 1135, f. 5r-16r. Nell’atto di ricevere l’edificio, i teatini si obbligavano a soddisfare i censi ad esso collegati, dovuti rispettivamente ai vicini monasteri di Santa Patrizia e di Santa Maria dei Vergini. Nell’Archivio di Stato di Napoli si conservano gli originali delle ricevute per l’anno 1537, che vengono qui riprodotte. “Die 15 mensis augusti decime indictionis 1537, Neapoli. Io Ieronima de Somma de Napoli, abbatissa del venerabile monasterio di Santa Patricia de Napoli, per la presente dico e declaro haver receputo et havuto da la venerabile congregacione de li clerici regulari de Napoli docati undici corente, et sono per lo censo del presente anno 1537 de le case dove habitano intro le mura de dicto monasterio, quali fo del signor ser Cola de la Racta de Napoli, et piú dico esser pagata per li anni passati. Et ad cautela de dicta congregacione li ho facta fare la presente per mano de dopno Paduano Rifo de Napoli, nostro procuratore, et sigillata de la nostro solito sigillo. Datum ut supra. Ego dopnus paduanus qui supra fatehor manu propria”: Napoli, Archivio di Stato, fondo Monasteri Soppressi (S. Paolo Maggiore), vol. 1135, f. 17r. “Adí 31 agosto 1537 nona indictione. Io fra Thomaso Casanova, priore del venerabile monasterio de Santa Maria de li Vergini de Napoli, per tenore de la presente polisa dico et declaro haver hauto et manualmente receputo da li reverendi padri de la congregatione de clerici regulari ducati tre et carlini doi de moneta corrente, quali paga ogni anno al nostro monasterio in la mità di agosto per censo de una casa che fo del condam messer Ioan Cola de la Ratta, sita et posta a Santa Patricia iusta li soi confini, et ditti ducati tre et carlini doi sonno per l’anno presente 1537 decime indictionis fornito la mità de agosto, et simo contenti et satisfatti per tutto lo tempo pasato. Et in fede de sua cautela li è fatta la presente polisa de mia propia mano et sigillata del nostro consueto sigillo. Anno, mense, die ut supra. Io fra Thomaso Casanova priore qui supra acetto mano propria”: Napoli, Archivio di Stato, Corporazioni religiose soppresse, vol. 1135, f. 18r.

[27] Napoli, Biblioteca Nazionale, fondo San Martino, cod. 564, f. 25v-26r.

[28] Napoli, Biblioteca Nazionale, fondo San Martino, cod. 564, f. 26v.

[29] Roma, Archivio Generale dei Teatini: Giovanni Pietro Bergantini, Memorie storiche spettanti alla vita del Beato Giovanni Marinonio, chierico regolare, f. 27r.

[30] Historia capuccina II, 265.

[31] Napoli, Biblioteca Nazionale, fondo San Martino, cod. 593, f. 166v.

[32] Historia capuccina II, 265.

[33] Ivi, 263: “Diedesi ella [Maria Lorenza Longo] con le Monache in governo di detti Padri [teatini] infinché poi alla cura de Frati Capuccini si sottopose”.

[34] Si tratta di I frati cappuccini. Documenti e testimonianze del primo secolo, a cura di Costanzo Cargnoni, vol. IV, Perugia-Roma 1992, 1775-1818.

[35] È questo il merito maggiore della Boccadamo in relazione al nostro argomento. Oltre ad un consistente ampliamento del ventaglio documentario su Maria Lorenza Longo e sulle clarisse cappuccine napoletane, l’esimia studiosa ha criticamente elaborato i dati documentari, pervenendo a risultati storicamente piú certi. Si veda, per citare un solo caso, la piú precisa datazione della morte della Longo, che va fissata “al massimo alla fine dell’estate del 1539” (G. Boccadamo, Maria Longo, 81), e non al 1542, come è stato finora sempre ritenuto.

[36] Il testo si trova pubblicato in I frati cappuccini IV, 1798-1801.

[37] Cf. l’annotazione di G. Boccadamo, Maria Longo, 82 nota 133: “Manca il documento originale, che non è reperibile presso l’archivio delle cappuccine, come viene erroneamente detto in I Frati Cappuccini”.

[38] Bullarium Ordinis FF. Minorum S. P. Francisci Capucinorum, vol. III, a cura di Michele da Zug, Roma 1745, 10: “Breve form. in Arch. Monialium, de quo Authent. Exempl. in Arch. Generali Ord. Arm. Provincia Neapolitana”; purtroppo le minuziose ricerche in tale fondo non hanno portato ad alcun risultato!

[39] Cf. Zaccaria Boverio da Saluzzo, Annalium seu sacrarum historiarum Ordinis Minorum S. Francisci qui capucini nuncupantur…, Lugduni 1632, 274-265 (sic, ma la paginazione errata è frutto di un refuso tipografico; quella esatta è: 276-277). Cf. anche Vita e gesti di Maria Longa fondatrice dell’ospitale degl’Incurabili e delle cappuccine di S. M. in Gerusalemme di Napoli…, Napoli 1853, 28-29. La mancanza dell’originale di un documento che risulta in aperto contrasto con l’atteggiamento fondamentale di rinuncia da parte dei cappuccini di assumere per oltre due secoli la cura spirituale dei monasteri femminili, oltre che in genere dei secolari, costituisce un problema storiografico. Per quanto riguarda il rifiuto viscerale dei cappuccini di assumere la cura spirituale delle cappuccine e in genere dei monasteri femminili in genere si veda la documentazione contenuta nei volumi I Cappuccini e la Congregazione romana dei Vescovi e Regolari, pubblicati a cura di V. Criscuolo nella collana dei “Monumenta Historica Ordinis Minorum Capuccinorum”, debitamenti riassunti nelle ampie introduzioni, e specificamente vol. XVIII (Roma 1989), 37-39; XX (1991) 40-42; XXI (1992) 44-47; XXII (1993) 52-57; XXIII (1995) 43-47; XXIV (1996) 44-46; XXVI (1999) 29-32; XXVIII (2004) 38-41; XXIX (2004) 37-41.

[40] Con grande acume critico tale imprecisione è stata già rilevata da Giuliana Boccadamo, Maria Longo, 82 nota 133. La fonte storicamente piú antica di questo breve pontificio resta il Boverio. Dell’originale non si ha alcuna traccia, né di esso si trova registrazione o minuta nell’Archivio Segreto Vaticano: in realtà una minuta avrebbe dovuto trovar posto nel terzo volume dei brevi di Paolo III dell’anno 1538 (Archivio Segreto Vaticano, Arm. XLI, vol. 11), ma esso non è stato rinvenuto, mentre nello stesso volume, a f. 420r, viene riportato un breve diretto ai rettori dell’ospedale degli Incurabili di Santa Maria del Popolo di Napoli, ove si confermano le facoltà, grazie e privilegi già concesse precedentemente da Clemente VII sia ai rettori e deputati dell’ospedale, sia agli inservienti e infermieri, come pure ai membri della confraternita di Santa Maria del Popolo presso lo stesso ospedale; il breve porta la data del 12 novembre 1538, anno quinto di pontificato di Paolo III.

[41] Cf. Giuseppe Silos, Historiarum Clericorum Regularium a congregatione condita, vol. I, Roma 1650, 168-169.

[42] Cf. ad es. Alda de Luzenbergen, Un tantillo di fede, 201.

[43] Cosí egli infatti annota: “Questo vivae vocis oraculo, ottenuto dal card. Carafa, il futuro Paolo IV, arbitro degli indirizzi dell’Ordine dei Teatini, può essere interpretato come un aiuto giuridico per facilitare l’adempimento del breve pontificio, lasciando libera la comunità di accettare la direzione dei cappuccini senza che vi sia ostacolo da parte dei Teatini che l’avevano avuta per tre anni”: I frati cappuccini IV, 1804 nota 17. Quanto piú saggia, oltre che ben ancorata storicamente, è invece la giustificazione fornita da Francesco Saverio Toppi, che pur dovendo accettare l’anomala datazione, è costretto a manifestare sul caso una forte “perplessità”: cf. F. S. Toppi, Maria Lorenza Longo, 155.

[44] Al riguardo cf. F. S. Toppi, Maria Lorenza Longo, 155-157.

[45] G. Boccadamo, Maria Longo, 82-83 nota 133.

[46] Napoli, Biblioteca Nazionale, fondo San Martino, cod. 564, f. 30r.

[47] Cf. Vincenzo Magnati, Teatro della carità istorico, legale, mistico, politico in cui si mostrano le opre tutte della Real Casa dell’Incurabili, che si esercitano sotto il titolo di Santa Maria del Popolo nella Città di Napoli…, Venezia 1727, 444-445.

[48] Napoli, Archivio di Stato, Corporazioni religiose soppresse, vol. 1135, f. 21v.

[49] Ivi, f. 21v-22r.

[50] Il testo si trova pubblicato, purtroppo con ampie omissioni, in I frati cappuccini IV, 1792-1795, desunto dall’originale esistente a Napoli nell’Archivio delle Cappuccine, cart. IX, n. 7, e già edito in Bullarium capucinorum III, 8-9.

[51] Nato a Siena nel 1480, fu creato cardinale da Paolo III il 21 maggio 1535 e nello stesso anno fu nominato prefetto della Segreteria deiBrevi; si spense a Roma il 3 luglio 1541. Su di lui cf. Hierarchia catholica medii et recentioris aevi…, a cura di G. van Gulik e C. Eubel, Münster 1923, 23; Michele Di Sivo, Ghinucci Girolamo, in Dizionario biografico degli Italiani 53, Roma 1999, 777-781.

[52] Archivio Segreto Vaticano, Arm. XLI, vol. 3, f. 274r.

[53] Il volume è “di mano di Valerio Pagano, teatino, ricavato dagli annali composti dal padre Gregorio Veneto” e riporta la storia dell’Ordine teatino dal 1524 al 1575: Napoli, Biblioteca Nazionale, fondo San Martino, cod. 483.

[54] Per notizie dettagliate sulla tonsura, sul ricevimento degli ordini maggiori e minori, sull’abilitazione alla confessione degli uomini e delle donne e sulla partecipazione ai vari capitoli generale cf. Napoli, Biblioteca Nazionale, fondo San Martino, cod. 676, f. 35v; nello stesso fondo si veda anche il cod. 483, f. 40v.

[55] Napoli, Biblioteca Nazionale, fondo San Martino, cod. 483.

[56] Napoli, Biblioteca Nazionale, fondo San Martino, cod. 564.

[57] Napoli, Biblioteca Nazionale, fondo San Martino, cod. 502.

[58] Napoli, Biblioteca Nazionale, fondo San Martino, cod. 501: Memorie giornali de’ padri e fratelli della congregatione de’ chierici regolari defonti, f. 86r: “Nel 1631 [26 marzo] morí nella nostra casa di San Paolo di Napoli il padre don Valerio Pagano napolitano, che fin all’ultimo di sua vita fu zelantissimo di tutte l’osservanze et ordini della regola, diligentissimo nel ricercar le memorie antiche della nostra religione, con le quali arricchí l’Archivio di San Paolo, rendendosi benemerito di tutta la religione”. Su di lui cf. anche G. Silos, Historiarum Clericorum Regularium I, 75; II, 599; III, 105-106.

[59] HISTORIA | DELLA RELIGIONE | DE’ PADRI CHERICI |REGOLARI | In cui si contiene la fondatione | e progresso di lei infino a | quest’Anno MDCIX. | Raccolta e posta in luce | da Monsignor | D. GIO. BATTISTA DEL TVFO | VESCOVO DELL’ACERRA | dell’istessa Religione. || IN ROMA | Appresso Guglielmo Facciotti, e | Stefano Paolini | MDCIX. | Con licenza de’ Superiori. || 33 cm., 431 pp.

[60] Napoli, Biblioteca Nazionale, fondo San Martino, cod. 501, f. 163r: “Nel 1622 morí nella nostra casa di San Paolo di Napoli monsignor don Giovanni Battista del Tufo, vescovo dell’Acerra, napolitano, ricevuto alla religione dal cardinal d’Arezzo mentr’era preposito di San Paolo; di grande integrità di vita, zelantissimo pastore, sempre affettionato della religione, della quale scrisse l’historia in lingua italiana, e lasciò tutte le notitie particolari che teneva concernenti a quella da lui raccolte con gran diligenza. Consagrò la nostra chiesa di San Paolo, arricchendola di pretiose reliquie. Nominato per arcivescovo di Matera, lo ricusò, conforme poi fe’ del suo vescovato dell’Acerra. In Roma fu deputato una de’ vescovi assistenti, et è cosa degna d’ammiratione che nel medesimo tempo tre fratelli, tutti religiosi della medesima nostra religione, furono promossi a tre chiese per nomina d’Ispagna, che furono don Vincenzo Del Tufo vescovo d’Oria, don Silvestro vescovo di Mottola, e don Giovanni Battista vescovo dell’Acerra”. Su di lui cf. anche Ferdinando Ughelli, Italia sacra sive de episcopis Italiae et insularium adiacentium, vol. VI, Venezia 1720, 222; Francesco Antonio Vezzosi, Gli scrittori dei chierici regolari teatini, Roma 1780, vol. II, 448-449; Hierarchia catholica III, 93.

[61] Napoli, Biblioteca Nazionale, fondo San Martino, cod. 501, f. 74r, ove anche si nota: “Non fu veduto mai otioso, e quantunque occupatissimo, non volse mai alcun compagno laico che lo servisse. Fu confessore piú anni de’ vicerè di Sicilia e governatori di Milano, senza però mai ingerirsi nelle cose di Stato”.

[62] Cosí almeno si afferma nel codice napoletano citato nella nota precedente. Lo storico teatino Francesco Antonio Vezzosi lo fa morire nella stessa data, ma non a Venezia, bensí a Roma, nel convento di San Silvestro: cf. Gli scrittori dei chierici regolari teatini II, 307-314.

[63] Lo stesso codice riporta anche alcuni casi di teatini passati all’Ordine cappuccino. Cf. ad es. f. 6v: “[1536] Antonius clericus Bergomas alias Guido, et Ludovicus clericus Ianuensis discesserunt et ingressi sunt religionem Sancti Francisci et in congregatione quae dicitur Cappucini fecerunt professionem, quam nondum fecerant in congregatione clericorum regularium”; f. 7v: “Die 4 maii 1537. Domnus Vincentius, domnus Caesar diocesis Capuanae recepti sunt tamquam hospites in praedicto loco Neapoli, a quibus alter, videlicet domnus Caesar discessit die 9 aprilis sequentis ingressurus congregationem fratrum Sancti Francisci qui dicuntur li Cappucini, alter vero videlicet domnus Vincentius discessit die 6 maii ob quamdam infirmitatem quam patiebatur”; f. 9v: “Die 15 aprilis 1542. Iacobus Hispanus suprascriptus clericus discessit a congregatione et ingressus congregationem fratrum Sancti Francisci qui dicuntur Cappucini et ibi fecit professionem, et vocatus est ab eis frater Basilius, et factus est sacerdos et tandem ante biennium defunctus est in praedicta congregatione”. L’identificazione di questi teatini passati ai cappuccini, a causa del cambiamento del nome, non risulta facile, neanche per l’ultimo, per il quale viene fornito il nome di “fra Basilio” assunto tra i cappuccini.

[64] Questo codice napoletano fu pubblicato dal teatino Gabriel Kaminski con il titolo Parvi annales Neapolitanae domus S. Pauli (1533-1571), in Regnum Dei 2 (1946) 70-95. Il testo qui presentato viene riportato con alcune varianti alle pp. 72-73.

[65] Cf. anche Napoli, Biblioteca Nazionale, fondo Manoscritti, cod. XIII. AA. 74, ove si riportano tutte le lettere scritte e ricevute da Giampietro Carafa; compare anche il testo di questa lettera, sotto il n. 42, ma con numerose varianti.

[66] Viene identificato da Alda de Luzenberger (Un tantillo di fede, 207) in Francesco da Livardi, segnalato anche in Girolamo da Sorbo – Clemente da Napoli, Breve notamento de tutti li frati capuccini quali sono passati da questa vita presente in questa Provincia di Napoli (1563-1653) (Biblioteca Storica Meridionale. Studi e ricerche, 6), a cura di Pietro Zarrella, Napoli 1995, 514 (indice). Nello stesso volume, alle pp. 66-67, compare anche una “Nota delli RR. Padri confessori e compagni delle nostre monache di Gierusalem…”.